IV. SHANGHAI, TENDENZA COSMOPOLITA E INTERCULTURALE

Marta R. Bisceglia

Shanghai è una delle metropoli più popolose della Cina e del mondo intero, considerata la capitale economica del Paese: grazie allo sviluppo degli ultimi due decenni, è un centro finanziario, commerciale, tecnologico e delle comunicazioni di primaria importanza mondiale. Conosciuta come la “Perla d’Oriente”, per via della sfavillante e iconica Oriental Pearl Tower, la torre televisiva che svetta dallo skyline del distretto finanziario di Pudong, o come la “Parigi d’Oriente” in virtù delle architetture in stile europeo che si possono ammirare tra le vie del quartiere della Concessione francese e lungo il viale Bund (Agliardi, Gennari 2018), Shanghai è la città delle contraddizioni, dove Oriente e Occidente, passato e futuro convivono in perfetta armonia.

Distretto finanziario di Pudong, 2014, Shanghai. Foto di M. R. Bisceglia scattata nel settembre 2014.

Ha una superficie di 6.340,5 kmq e conta circa 27 milioni di abitanti (Tonarelli 2017); la sua lingua ufficiale è il cinese standard, il putonghua 普通话, ma molti residenti, soprattutto quelli provenienti dalle province dello Zhejiang e dello Jiangsu, parlano una variante della lingua Wu, il secondo dialetto più parlato in Cina dopo il mandarino.

In cinese Shanghai 上海 significa letteralmente “sul mare”, l’origine di questo nome proviene dalla posizione geografica della città, la quale si affaccia sulla costa est del Mar Cinese Orientale e si estende sulle rive del fiume Huangpu presso il delta del fiume Azzurro. Grazie alla sua collocazione si posiziona sul podio dei porti commerciali marittimi più trafficati del mondo. Il fiume Huangpu divide la città in due macroaree, Pudong 浦东 e Puxi 浦西, che prendono il nome dalla propria ubicazione geografica: sulla sponda orientale del fiume sorge la zona di Pudong, che ospita il cuore del centro finanziario cittadino, mentre sul versante occidentale si trova Puxi, il centro storico. Pudong viene comunemente considerata la Shanghai del futuro e Puxi quella del passato (Cina in Italia 2019).

Moderna, innovativa, attraversata da una leggera brezza europea, ma allo stesso tempo radicata a una storia che, seppur in parte surclassata dal futuro incedente, convive serenamente con le corone di grattacieli che riflettono le loro luci nel Mare Cinese (Agliardi, Gennari 2018). La storia di Shanghai, però, non è sempre stata così rosea. Anzi, si è colorata spesso di vicende grigio cupo e rosso sangue. Nel 1075, durante la dinastia Song (960-1279), Shanghai assunse il nome attuale e fu elevata dallo status di villaggio a quello di città mercantile. Nel 1554, i Ming (1368-1644) eressero una muraglia lunga 5 km e alta 10 m intorno all’antico centro della città, per proteggerla dagli attacchi dei pirati giapponesi. Con la successiva dinastia Qing (1644-1911), Shanghai iniziò a vedere i primi importanti frutti derivati dai suoi porti. Ciò avvenne attraverso due importanti cambiamenti politici: il primo, nel 1684 grazie all’imperatore Kangxi (1661-1722) che revocò l’allora divieto delle navi di solcare l’oceano. Il secondo miglioramento si deve all’imperatore Yongzheng (1678-1735) che nel 1732 spostò l’ufficio doganale per la provincia del Jiangsu dalla capitale della prefettura, la città di Songjiang, a Shanghai, e le conferì il controllo esclusivo delle operazioni doganali per il commercio estero. A seguito di queste modifiche le sorti della città cambiarono radicalmente e così Shanghai divenne la porta principale per il commercio marittimo cinese con l’Occidente, catalizzando su di sé l’attenzione delle più importanti potenze internazionali.

Durante la prima Guerra dell’Oppio (1839-1842), le forze britanniche occuparono la città di Shanghai. La guerra si concluse nel 1842 con il Trattato di Nanchino che sancì l’apertura al commercio internazionale di cinque porti, tra cui quello di Shanghai. Nella seconda metà dell’Ottocento, Shanghai fu teatro di una guerra civile nota come la Rivolta dei Taiping, durante la quale la città venne attaccata e distrutta. Durante i primi anni del Novecento, a Shanghai migrarono cittadini provenienti da tutti i continenti, specialmente russi ed ebrei che fuggivano dalla neonata Unione Sovietica. Nel 1936, Shanghai era il sesto porto mondiale e il maggior centro finanziario, commerciale e produttivo del Paese. Nel maggio 1949 l’Esercito Popolare di Liberazione prese il controllo della città. Anche dopo l’avvento del regime comunista, Shanghai rimase il principale centro industriale e di ricerca della Cina e vide significativi cambiamenti per tutto il decennio successivo, tra cui lo spostamento della maggior parte delle imprese straniere a Hong Kong. Dal 1991, invece, Shanghai ha avviato nuove riforme economiche che ne hanno incrementato notevolmente lo sviluppo visibile ancora oggi (Cina in Italia 2019).

La natura cosmopolita della città di Shanghai iniziò a prendere forma dalla metà dell’Ottocento, quando, a seguito dei trattati che concessero agli stranieri la possibilità di insediarsi e operare in Cina, la cultura cinese e quella occidentale cominciarono a fondersi inestricabilmente formando un irripetibile mélange che perdura ancora ai giorni nostri. Oggi Shanghai è una delle città più grandi al mondo, in continua e vertiginosa trasformazione: anche se l’assetto urbano e architettonico tradizionale rischiano di sparire, ciò che non muta e anzi si rinnova è proprio il carattere, la natura cosmopolita della città, esperimento unico al mondo sotto il segno della “contaminazione”, parola chiave per comprenderne l’anima (Salviati 2004). L’eclettismo del panorama urbano di Shanghai si riverbera nella commistione tra tradizione e modernità e nella stravagante fusion stilistica tra Occidente e Oriente: da un lato i grattacieli futuristici di Pudong, dall’altro gli antichi vicoli lilong o longtang (simili agli hutong di Pechino) e le residenze in stile shikumen (abitazioni popolari tradizionali, simili alle villette a schiera europee). Stravagante, inoltre, è la presenza di templi buddhisti all’interno della città, incastonati tra edifici ultramoderni come i templi di Jing’an, di Longhua e del Buddha di Giada.

Tempio di Jing’an, 2014, Shanghai. Foto di M. R. Bisceglia scattata nel settembre 2014.

Degna di nota è, infine, la contrapposizione tra l’imperturbabile e incantevole Giardino Yuyuan e la sovraffollata e frenetica Nanjing Road, la celebre via dello shopping con le sue insegne fluorescenti, che va dal Bund a piazza del Popolo.

Yuyuan Garden, 2014, Shanghai. Foto di M. R. Bisceglia scattata nel settembre 2014.
Nanjing Road, 2014, Shanghai. Foto di M. R. Bisceglia scattata nel settembre 2014.

In questa piazza, che un tempo era l’ippodromo all’interno della Concessione inglese, sorge un altro edificio di recente costruzione che, data la sua funzione, rappresenta più di altri il simbolo per eccellenza che lega l’antico al moderno: il Museo di Shanghai, uno dei più importanti della Cina per numero e qualità dei reperti ivi conservati, con oltre 120.000 oggetti coprenti l’intero arco cronologico di sviluppo della civiltà cinese, dal Neolitico fino al XX secolo. Fondato nel 1952, il museo è stato riaperto al pubblico il 12 ottobre del 1996, in una nuova sede progettata dall’architetto Xing Tonghe che ha inteso rievocare, nella forma data all’edificio, il profilo di un antico bronzo rituale (Salviati 2004).

Museo di Shanghai, 2014, Shanghai. Foto di M. R. Bisceglia scattata nel settembre 2014.

Moganshan Road, la hall of fame di Shanghai

La città di Shanghai vede un continuo susseguirsi di eventi, mostre e vernissage, che regalano alla metropoli cinese un fervore culturale stimolante e in continua espansione. Lo dimostrano gli spazi creativi come M97 Gallery, Rockbund Art Museum, Art Labor Gallery, Power Station of Art, MoCA, Shanghai Gallery of Art, Oriental Vista Gallery e Leo Xu Projects. Centro della scena d’arte contemporanea è soprattutto la M50, la grande comunità di artisti urbani che occupa da anni un’antica zona industriale nei pressi del fiume Suzhou, trasformata in un complesso di gallerie, studi, laboratori, spazi artistici, bar e ristoranti. È un luogo emozionante, dove artisti del calibro di Xue Song vi trasferirono il proprio studio e diedero vita dall’anno Duemila a un quartiere dove si vive e si fa arte (Bini 2016). A ogni metropoli che si rispetti appartiene il suo cosiddetto distretto artistico: il Greenwich Village nella downtown newyorchese, il 798 a Pechino, il Pigneto che a Roma raccoglie il panorama artistico contemporaneo più interessante. Ovviamente Shanghai non poteva essere da meno, presentandosi con la sua Moganshan Road. Questa grande città è fin troppo ricca dei cosiddetti “villaggi artistici alla cinese”, con un conseguente calo del vero e proprio interesse per l’arte in sé e per sé: alcuni spazi, più simili a gift shops, espongono arte accanto a oggettistica e design neo-pop dai colori sgargianti e dal dubbio valore estetico o artistico. Tuttavia, Moganshan Road, comunemente chiamata M50, resta ancora il fulcro della vita artistica metropolitana. Nuovi musei e gallerie non disdegnano questi angoli di città dall’apparenza pseudo-degradata-post- socialista dal fascino un po’ hipster. L’M50 (50 non è altro che il numero civico del luogo) raccoglie un insieme di realtà nuove e non, a dir poco interessanti. Giusto per citare alcuni nomi: la Vanguard Gallery espone dal 2004 artisti emergenti nel suo ambiente contemporaneo stile white-cube; la ShanghART Gallery, uno degli spazi più grandi e interessanti da visitare, è stata protagonista di alcune delle mostre più stimolanti degli ultimi anni e il suo ricco bookstore è da tenere in considerazione; il collettivo artistico Liu Dao, fondato dal francese Thomas Charvériat nel 2006, che risiede alla Island6 Gallery (una delle numerose gallerie del collettivo). Si tratta di un gruppo artistico che crea opere dal carattere artistico-tecnologico molto interessanti, ormai presenti in musei e collezioni di tutto il mondo. La piccola piazza all’ingresso fa inoltre da background alle varie iniziative artistiche e ai party che mensilmente animano questo spazio. L’agglomerato urbano è tutto da scoprire, i vecchi edifici industriali creano un labirintico percorso da girare liberamente ed è molto facile imbattersi in mostre di artisti emergenti decisamente stimolanti. Se mai si passasse da Shanghai anche per un breve periodo è decisamente un luogo che vale la pena visitare (Rubini 2016).

La storia del distretto M50 ricorda quella del Distretto 798 di Pechino. Entrambi sono nati in ex-zone industriali ormai decadute, risorte in veste diversa grazie ad artisti in cerca di spazi a prezzi accessibili, dove installare i loro atelier. Col tempo questi laboratori sono diventati vere e proprie gallerie d’arte grazie all’attrazione che hanno suscitato tra gli appassionati, raggiungendo una fama internazionale tale da trasformarli in mete obbligate per i turisti amanti dell’arte. Interessante notare come la proprietà degli stabili al 50 di Moganshan Road appartenga ancora alla Shangtex, gruppo statale operante nel settore tessile, proprietaria anche del Chunming Slub Mill, l’industria precedentemente collocata al 50 di Moganshan Road. La storia di questo distretto è significativa anche in relazione ai cambiamenti della società cinese: alla manifattura è seguita la produzione artistica di alto livello. Il mutare dei gusti artistici si accompagna alla comparsa di una borghesia in ascesa i cui investimenti finanziari, anche internazionali, prendono il posto di un settore produttivo basato sulla manodopera a buon mercato. Arte e business a Shanghai vanno di pari passo (Piotr 2015).

Non lontano dall’M50, camminando per circa 200 m verso destra, prima del 2018, ci si trovava di fronte alla più colorata e incredibile hall of fame1Hall of fame (tuya qiang 涂鸦墙) – Letteralmente “atrio della fama”, si riferisce a uno spazio in cui è permesso dipingere più o meno legalmente. Nelle hall of fame dipingono i writer intenti a un lavoro di ricerca artistica, che preferiscono porre l’accento sulla qualità dei pezzi che sulla quantità, ricercando uno stile sempre più originale. della città, l’unica in realtà: il glorioso muro di Moganshan lu 莫干山路 (Moganshan Road, foto qui in basso).

Hall of fame di Moganshan Road, 2014, Shanghai. Foto di M. R. Bisceglia scattata nel settembre 2014.

Per oltre un decennio, la stradina polverosa che corre lungo la riva meridionale del fiume Suzhou nel distretto Putuo è stata al centro della scena dell’arte di strada di Shanghai, il suo lungo e tortuoso muro rappresentava un’oasi di pace per i graffitisti del posto. Nel 2018, il muro è stato demolito per far spazio al maestoso progetto 1000 Trees Building di Heatherwick Studio, un complesso edilizio futuristico, ricoperto di piante, la cui prima sezione è stata inaugurata alla fine del 2021. Nonostante la crescente fama e notorietà del distretto M50, il quartiere, saturo di imponenti progetti immobiliari e condomini di lusso che hanno aumentato i valori immobiliari della zona, è sempre stato minacciato dal rischio di smantellamento a causa del rapido cambiamento urbano e della gentrificazione (Bruce 2010), fino a che ciò non è diventato una triste realtà, quella della precarietà della graffiti art che ogni writer2Writer (tuyazhe 涂鸦者 / penzi 喷子 / tuya yishujia 涂鸦艺术家 / xieziren 写字人) – Legato al concetto di writing, si riferisce al graffitista, colui che esegue graffiti concentrandosi soprattutto sul lettering, quindi sulla realizzazione e l’evoluzione di lettere. conosce perfettamente. Prima di raccontare la storia che va dal 2006 al 2018 del più celebre muro di graffiti di Shanghai e della Cina, è opportuno cominciare dal presente, o meglio dal 2019, l’anno dopo la rimozione.

Dal 9 al 15 novembre 2019, grazie a un’iniziativa della Urban Art United (UAU) più di trenta artisti sono scesi lungo Moganshan Road per dipingere una recinzione di doghe di plastica con i loro graffiti. Il festival 1000 Trees Symbiosis Exhibition collaborated with SUSAS 2019, sponsorizzato dai promotori immobiliari del 1000 Trees Building e dalla Shanghai Urban Space Art Season (SUSAS), ha ospitato gran parte degli artisti che hanno fatto la storia del muro e alcuni grandi nomi della scena artistica urbana mondiale tra cui VHILS3L’artista portoghese Alexandre Farto, in arte Vhils, ha iniziato nel 2000 come graffiti writer e adesso è uno street artist famoso in tutto il mondo. , DALeast4Nato in Cina nel 1984, DALeast ha iniziato la sua carriera artistica come writer nella JEJ crew di Wuhan nelle vesti di DAL, ma da molti anni vive e lavora in Sudafrica ed è uno street artist molto apprezzato nel panorama mondiale. Il nome d’arte DALeast non è altro che la combinazione della sillaba DA ed “est” (proveniente dall’est). e Mode25Mode2 è un celebre artista mauriziano che dipinge dagli anni Ottanta.. Per gli organizzatori, è stata un’occasione per aggiungere un tocco di colore e per promuovere l’edificio in costruzione oltre che per onorare l’eredità storica del muro, ma per gli artisti ha significato qualcos’altro: l’ultima possibilità di dipingere nella loro amata Moganshan Road. Il festival è durato circa una settimana, ma le doghe dipinte in strada dai writer sarebbero rimaste per circa sei mesi fino alla fine dei lavori; ai grandi artisti invece è stata riservata la parte alta dell’edificio in modo permanente.

L’evento prevedeva anche workshop per gli abitanti del quartiere che hanno abbellito e dipinto le doghe insieme ai graffitisti. Tra le varie creazioni, dal writing tradizionale a illustrazioni di dragoni, fiori e un Michael Jackson zombificato, una in particolare ha avuto vita breve: dopo poco più di una settimana non è mancata, infatti, la rimozione di un pezzo6Piece o pezzo (zuopin 作品) – È una sorta di tag ingrandita, eseguita con la bomboletta, raffigurante lettere a più colori; più in generale, è il termine maggiormente usato per definire un graffito e contrapporlo alla semplice tag. Un pezzo rappresenta il terzo stadio dell’evoluzione delle lettere, dopo la tag e il throw-up. che raffigurava una donna con una maschera antigas mentre faceva il gesto della pistola con le dita rivolte verso gli occhi e con una scritta posizionata all’angolo che diceva “Moganshan 2006-2019”, perché considerato dagli organizzatori impressionante e non in linea con la positività dell’evento. Jin Ye 金烨 (che si è firmato negli anni come Huri, Read e recentemente Hali7Molti writer sono soliti usare anche più di una tag: Jin Ye, infatti, si firmava in passato Huri o Read, adesso il suo pseudonimo è Hali, come confermato nell’intervista a Jin Ye di M. R. Bisceglia presso Moganshan Road, 11 settembre 2014.), membro della Oops crew8Crew (tuandui 团队) – Letteralmente “ciurma”, “equipaggio”; nella cultura hip-hop si riferisce a una cerchia di persone che collaborano a un progetto artistico o culturale, come ad esempio un gruppo di writer, o un gruppo di ballo. Nel graffiti writing, sottintende un gruppo organizzato di writer che creano pezzi comuni dipingendo insieme. Solitamente sono amici, quindi tra loro c’è stima e rispetto reciproco; un writer può anche appartenere, nel corso del tempo o contemporaneamente, a più di una crew. Il nome di una crew è molto spesso un acronimo, che può avere anche più di un significato ed è composto solitamente da due o tre lettere. In molti casi il nome della crew viene scritto, come la tag, a lato del pezzo oppure si creano pezzi con la sigla della crew, con accanto le tag dei componenti. e attivo a Moganshan Road sin dal 2006, in un’intervista afferma che:

La rimozione è stato un atto ridicolmente meschino, che prova quanto quest’area sia stata commercializzata e controllata. Per anni, a nessuno è interessato cosa si dipingesse lì, poi improvvisamente organizzano questo evento e impediscono alle persone di dipingere quello che vogliono. Moganshan Road non è più la vera Moganshan Road: è diventata di plastica. Loro vogliono i graffiti e allo stesso tempo non li vogliono. (Davis 2019)

Jin Ye e Mels mentre dipingono sulla hall of fame di Moganshan Road, 2014, Shanghai. Foto di M. R. Bisceglia scattata nel settembre 2014. Cortesia dell’artista.

Dezio, writer francese che dipinge dal 1994 e co-fondatore della Urban Art United (UAU) dal 2017, ha iniziato a frequentare il muro nel 2006, lo ha visto nascere, prosperare, diventare uno dei più famosi dell’intero paese, e cadere. Durante l’evento ha dipinto tre sezioni della recinzione e in due di queste ha raffigurato i fiori del fiume Suzhou in maxi formato (Symbiosis, Tav. 19): nella prima sezione, i fiori sono di colore rosso e giallo su uno sfondo arancione, presentano ombreggiature che creano tridimensionalità e, nonostante l’uso del bubble style9Bubble style (paopaozi fengge 泡泡字風格) – Stile di lettering arrotondato. È uno degli stili più datati, propri della old school, ancora molto usato per i throw-up data la sua rapidità di esecuzione. Le lettere sembrano bolle di sapone, colorate con molta precisione, con un largo outline. In genere si aggiunge anche un inline bianco, un contorno interno per accrescere il senso di profondità., i petali appaiono quasi in movimento; nella seconda sezione sempre dedicata ai fiori, il tono è decisamente più freddo, ci sono due fiori in primo piano di colore arancione sbiadito e giallo, sullo sfondo altri fiori color rosa e viola dallo stile “bombato”, ma gli steli e le foglie creano un contrasto originale e sono resi in modo più squadrato e con una tinta viola scuro, tanto da sembrare sottili pale di un ventilatore, forse proprio per esprimere l’idea di aria nuova; l’ultima sezione, che maggiormente sintetizza la sua arte, mostra uno sfondo giallo, una pennellata gigante rossa in verticale sulla sinistra, una pennellata gigante rosa in orizzontale e sopra alle due pennellate un tratto di color azzurro in stile bubble, che rappresenta il percorso del fiume Suzhou attraverso la città e infine, mediante un sottile tratto nero, viene solo accennata la sua tag10Tag (qianming tuya 签名涂鸦) – È lo pseudonimo, il nome d’arte o il nome in codice che ogni graffitista, mc e breaker, usa per distinguersi, farsi riconoscere e per segnalare la propria presenza in città. La tag è la struttura portante del fenomeno del writing, poiché è la forma più basilare di graffiti, realizzata con spray o marker. L’elaborazione della tag rappresenta lo stile personale del proprio autore. Tutti i pezzi, anche i più grandi, i più colorati, i più elaborati rimangono sempre delle firme. L’attività di marcare una superficie con una tag viene chiamata tagging-up. Per tag bombing, letteralmente “bombardamento di tag”, si intende infatti la riproduzione della propria tag su vasta scala in una determinata area di un centro urbano. La tag può rappresentare anche un segno di riconoscimento tra gruppi. Più writer o mc che si incontrano possono decidere di firmarsi tutti con un’unica tag, in modo da farsi riconoscere come gruppo (cfr. Crew)., come se fosse una presenza spettrale. Questa è in fondo la natura di un graffitista, l’esserci, senza esserci: è più facile vedere un pezzo piuttosto che l’artista all’opera.

Tav. 19. Dezio, Symbiosis, novembre 2019, graffiti su recinzione di plastica, Shanghai, Moganshan Road. Cortesia dell’artista.

Anche l’artista russo Feat, habitué del muro, durante il festival ha dipinto un pezzo lungo 9 m, mescolando elementi cinesi e occidentali, come una barca da pesca tradizionale e un busto romano (Davis 2019; Pinheiro 2019).

La presenza di così tanti artisti internazionali nella scena di Shanghai estrinseca la sua natura interculturale e transnazionale: gli stranieri fanno uso di elementi cinesi e i cinesi si servono dei fondamenti occidentali nelle loro opere.

Nel suo periodo di massimo splendore, il lungo muro di Moganshan Road attirava turisti, permetteva alle persone del posto di conoscere l’arte dei graffiti ed era un porto sicuro per i writer alle prime armi, ma la sua distruzione e l’atmosfera sempre più rigida a Shanghai hanno provocato il declino della scena dell’arte di strada. Oggi gli artisti lottano per trovare degli spot dove dipingere.

Per capire come si è arrivati a questo punto, dobbiamo fare un balzo indietro nel tempo e tornare al 2006, quando Moganshan Road era solo una semideserta zona post-industriale al limitare di tre distretti separati: Zhabei, Jing’an e Putuo. Era uno spazio grigio che i governi locali non riuscivano a gestire, non era quasi mai frequentata dalla polizia e c’era questo enorme muro di cemento, costruito per recintare alcuni campi desolati che prima o poi sarebbero stati edificati: con questi presupposti non poteva che essere terreno fertile per lo sviluppo dell’arte di strada. Il distretto M50 ha fornito una copertura extra, poiché i residenti di Moganshan Road presumevano che le tag fossero in qualche modo associate alla zona artistica dall’altra parte della strada. A onor del vero, l’M50 ha avuto probabilmente un ruolo molto più rilevante nella salvaguardia del muro e, a questo proposito, Dezio ricorda:

I primi tempi i poliziotti minacciavano spesso di arrestarmi. Un giorno, passò un direttore dell’M50 mentre stavamo dipingendo e ci disse che apprezzava molto il nostro lavoro. Ci lasciò il suo biglietto da visita, raccomandandoci di mostrarlo alla polizia qualora fossimo stati importunati nuovamente. Da quel momento non ci fu mai più impedito di dipingere a Moganshan Road: il muro era stato “legalizzato”. (Davis 2019)

Hall of fame di Moganshan Road, 2014, Shanghai. Foto di M. R. Bisceglia scattata nel settembre 2014.

Negli anni successivi, Moganshan Road ha vissuto il suo periodo d’oro, attirava molti turisti e artisti di grande fama, come il writer tedesco Cantwo o il britannico Roid. A riguardo, Jin Ye racconta:

Alcune scuole d’arte mandavano addirittura i loro studenti a studiare i miei lavori! I graffiti sono passati dall’essere qualcosa con cui noi “bambini” ci divertivamo a qualcosa di popolare e “alla moda” di cui la gente voleva discutere. All’improvviso sono saliti di livello. (Davis 2019)

Alcuni marchi noti, come JD, Nike e persino il videogioco League of Legends, hanno iniziato a fare servizi fotografici di moda e girare video musicali vicino al muro, mentre i graffiti cambiavano quasi ogni settimana. Di quel periodo Dezio rammenta con particolare emozione le reazioni della gente del quartiere: i bambini si sedevano vicino a lui e lo guardavano dipingere, le ragazzine adolescenti ispirate dal suo lavoro si cimentavano nella pratica dei graffiti, ma la cosa che maggiormente sorprendeva gli shanghainesi era che il writer stava creando arte gratuitamente e addirittura si pagava la propria vernice spray!

Ciò nondimeno, dal 2015 la scena dei graffiti a Shanghai ha iniziato a dissolversi anche se il muro rimaneva in piedi. C’erano sempre più controllo e sempre meno spot a disposizione, pertanto gli artisti iniziarono a trasferirsi in altre città o si indirizzarono verso attività più redditizie come la progettazione grafica o i tatuaggi. Secondo Dezio, non è rimasto nessun posto di grandi dimensioni in città per fare graffiti, perché nessun posto era come Moganshan Road e l’arte dei graffiti sarebbe potuta scomparire davvero. Anche gli artisti e i galleristi dell’M50 sono preoccupati, temono che il grande sviluppo commerciale continui a far salire i costi degli affitti già troppo elevati e che il quartiere diventi solo la meta dei turisti che vogliono fare shopping piuttosto che dei veri collezionisti d’arte, danneggiando in questo modo la sua atmosfera bohémienne. Jin Ye, infine, dichiara di avere sentimenti contrastanti sulla fine di Moganshan Road:

Fui devastato quando seppi della notizia della demolizione ma nel corso degli anni me ne sono fatto una ragione. Il mio studio d’arte si trova nel distretto di Songjiang, a un’ora di macchina dal centro, quindi molto lontano da qui ma ho trovato nuove mura su cui dipingere. Sebbene meno persone vedranno i miei pezzi dal vivo, grazie ai social network e alle nuove piattaforme come Instagram, la mia arte può raggiungere un pubblico molto più vasto. Se parliamo solo di visibilità dei graffiti, in questo momento storico, non importa molto che non ci sia più il muro di Moganshan Road: se hai un buon hashtag, un buon profilo social, qualche conoscenza di marketing, puoi arrivare molto più lontano. (Davis 2019)

È dunque prassi comune tra i graffitisti della “nuova scuola” cinese apparire più su internet che sui muri delle città: non importa diffondere dappertutto la propria tag, con il rischio di essere denunciati o finire in prigione, né è importante divulgare la propria firma a discapito della forma, preferiscono di gran lunga un pezzo ben riuscito che possa essere immediatamente fotografato e postato sui social. Prendendo atto della rapidissima evoluzione della tecnologia e dei mezzi di comunicazione, molti artisti di strada in tutto il mondo hanno iniziato a conformarsi a questa nuova filosofia, ma così facendo si è persa l’essenza stessa del graffiti writing11Graffiti writing (tuya shuxie 涂鸦书写) – È un fenomeno sociale, culturale e artistico diffuso in tutto il mondo, nato come espressione spontanea e senza un intento dichiarato di un gruppo eterogeneo di ragazzi appartenenti a una sottocultura, l’hip-hop, che ha avuto origine nei ghetti newyorkesi degli anni Settanta. In italiano si può tradurre con il termine “graffitismo”, che denota l’atto dello scrivere il proprio nome d’arte, la tag, usando vernice spray o pennarello negli spazi pubblici. L’etimologia della parola “graffito” deriva dal latino gràphium, “stile per incidere”, che trae la sua etimologia dal greco gràphein (γράφειν) che significa indifferentemente “scalfire, incavare, disegnare”. Il termine writing, dall’inglese “scrittura, scrivere”, si riferisce all’esecuzione di graffiti, composti meramente da lettere o da caratteri. A questa modalità è legato uno studio del lettering, e quindi dello stile del carattere che deve avere sia la semplice tag che il pezzo. In Cina, il termine “graffiti” non si riferisce solo alla scrittura di lettere o caratteri come nel writing, motivo per cui i graffiti vengono chiamati anche tuya yishu 涂鸦艺术 (lett. arte dei graffiti), sottintendendo una vasta gamma di espressioni artistiche su suolo pubblico (molto più vicine alla street art). Un altro termine usato è tuya huihua 涂鸦绘画 (lett. pittura di graffiti) che si riferisce ai graffiti che contengono puppet.: disseminare ovunque e comunque la propria tag per marcare la propria presenza in città. Questo è il primo di tre fattori che hanno portato nel corso degli anni al tramonto del graffitismo a Shanghai. Il secondo fattore si innesta, come spesso accade nei discorsi sull’arte, sul problema del controllo e della censura. In merito, Dezio fa notare che:

Gli artisti devono anche confrontarsi con un ambiente sempre più controllato. Quando aprono nuove gallerie, molti graffitisti vengono invitati ma solo dopo l’approvazione dei loro progetti. Quando l’artista francese Julien Malland, noto anche come Seth, ha raffigurato nel 2018 una serie di murales di alcuni bambini che giocavano sulle rovine di Shanghai, inizialmente sono stati accolti senza critiche ma dopo che un articolo virale ha presentato i dipinti sotto una luce politica, sono stati coperti. L’Università di Donghua aveva un muro dove poter dipingere liberamente ma all’inizio di quest’anno è stato dipinto di bianco. (Ibid.)

Infine, il terzo fattore riguarda la crescente offerta commerciale: enti locali, promotori immobiliari e imprenditori offrono progetti agli artisti di strada, con il fine di abbellire il tessuto urbano. Anche Dezio, che in passato non avrebbe mai accettato lavori su commissione per non tradire lo spirito libero dei graffiti, si è poi ammorbidito e ha iniziato ad accettare progetti a scopo di lucro, a patto di mantenere il suo stile personale. Jin Ye afferma che l’ascesa della cultura hip-hop12Hip-hop (xiha 嘻哈) – È un movimento culturale nato in prevalenza nelle comunità afroamericane e latine del Bronx, quartiere di New York, alla fine degli anni Settanta. I quattro principali aspetti o elementi della cultura hip-hop sono la parola, la musica, il movimento, il segno: lo MCing (shuochang 说唱), anche noto come musica rap, introdotto dagli afroamericani (MC è l’acronimo di Master of Ceremony); il Djing (dadie 打碟), introdotto dai giamaicani; il graffiti writing (tuya shuxie 涂鸦书写), la breakdance (diban wu 地板舞 o pili wu 霹雳舞) introdotti dai portoricani. in Cina gli sta offrendo ampie opportunità commerciali. Infatti, recentemente, ha ricevuto una commissione dalla NBA per creare magliette. Ribadisce di sentirsi grato a Moganshan Road perché lì ha trovato la sua più grande passione e ha potuto fare carriera grazie a essa: dai graffiti è passato ai tatuaggi, alla progettazione grafica e alla pittura (ibid.).

Hall of fame di Moganshan Road, 2014, Shanghai. Video di M. R. Bisceglia girato nel settembre 2014.

Siamo dunque arrivati all’epilogo della storia del muro.

Ma come ha avuto inizio tutto quanto? Come e quando sono approdati i graffiti a Shanghai? In un’intervista, Dezio afferma che:

I graffiti si sono diffusi in Cina da Hong Kong. Nel 1998 sono arrivati a Canton e, nel giro di pochi anni, nelle grandi città. La scena di Shanghai resta relativamente nuova, non è un fenomeno assai diffuso, è una specie di “cosa underground” di cui le persone non sanno molto, se non quello che vedono nei video rap americani. Non c’è bombing13Bombing (zhajie 炸街 / beng 崩) – Tradotto in italiano “bombardare”, consiste nell’eseguire graffiti illegali su muri o treni con throw-up, tag, stencil e pezzi composti da lettere semplici e veloci da realizzare. Pratica prediletta dai writer che hanno come obiettivo primario la quantità, tappezzando intere città con la propria firma per raggiungere la fama di king., in quanto tutto viene pulito nell’arco di pochi giorni se non nel giro di poche ore. In una grande città con grattacieli ovunque, è davvero difficile scrivere il proprio nome per farsi notare. Quello che odio è il costante buff14Buff o buffing system (qingchu tuya 清除涂鸦) – Con questo termine si intende il trattamento per rimuovere i graffiti illegali ma anche l’atto che fa un writer coprendo una tag di un avversario, con una sua tag o un semplice segno. e l’idea stereotipata dei graffiti come “una cosa hip-hop e cool”. (Sanada, Hassan 2010)

Per essere più precisi, i graffiti si sono diffusi a Shanghai intorno al 2005-2007 e si può affermare che una tra le prime e più celebri crew a dipingere in città sia stata la P.E.N. crew, fondata nel 2005 da Mr. Lan e Sail, entrambi originari della città di Changsha che si trova nella provincia dello Hunan (Valjakka 2016). Il nome della crew è sia l’acronimo di Paint Every Night (Dipingere tutte le notti) che è un rimando alla pronuncia del carattere cinese pen 喷 (spruzzare). Zhang Lan, nome di battesimo di Mr. Lan, è stato uno dei primi writer attivi a Shanghai, è un artista multidisciplinare che spazia dal graffiti writing al design, dalla sticker art15Sticker art (tiezhi 贴纸) – Una forma di tag realizzata tramite adesivi stampati dal computer che possono contenere solo la firma e un logo o essere più elaborati, con piccoli caratteri e decorazioni. La sticker art è una forma di comunicazione di rapida esecuzione, economica e di facile diffusione, considerata una sottocategoria della graffiti art, anche se alcuni writer credono che questo tipo di arte sia solo per coloro che hanno paura di usare marker o bombolette, e quindi non ne fanno uso. alla tattoo art (Bruce 2010). Riguardo a quest’ultima attività, in un’intervista ha dichiarato che la sua “tela” è la pelle e che un graffito fatto bene, così come un tatuaggio eccellente, oltre ad avere molto in comune sono stati e saranno sempre la sua più grande aspirazione (Shapiro 2009).

Tra i pionieri della graffiti art a Shanghai è doveroso annoverare Alex Chou (Mr. Zhou). In realtà, non è molto chiaro se si debba attribuire a lui la paternità della diffusione del graffitismo a Shanghai perché pare che Mr. Zhou abbia fondato la Reload crew nel 2004 e quindi un anno prima della P.E.N. crew. Anch’egli ha iniziato illegalmente nelle zone abbandonate o in via di distruzione, fino ad accettare di lavorare a progetti commerciali per aziende come Nike, Converse o Calvin Klein. Ha conosciuto l’arte dei graffiti vivendo molti anni in Germania e, una volta tornato in Cina, ha lasciato il suo vecchio lavoro per iniziare a fare quello che aveva appreso all’estero. Per lui i graffiti hanno una cultura e una tradizione puramente occidentale, quindi non ha l’abitudine di includere elementi tradizionali cinesi nelle sue opere, né tantomeno fa uso dei caratteri cinesi.

Un’altra artista degna di nota è Popil16 https://www.popilart.com/about, una tra le poche rappresentanti femminili del movimento in Cina. Ha iniziato a dipingere nel 2009 servendosi solo del pennello e attualmente si dedica soprattutto a progetti su commissione. Nata nel 1985, Popil è un’illustratrice crossmediale proveniente da Canton. Come molti altri artisti cinesi, possiede competenze che spaziano dal disegno alla pittura, dal design digitale alla mappatura 3D e altro ancora. Il suo stile eclettico comprende una varietà di tecniche, nelle sue opere utilizza colori vivaci e crea personaggi accattivanti tra cui la sua iconica letter girl (nei suoi pezzi composti da lettere del suo nome o di altro genere inserisce sempre la figura di una ragazza, la quale può trovarsi accanto alla scritta o incastonata tra le lettere). La padronanza di queste tecniche le ha permesso di diventare una fonte di influenza per altri artisti e un punto di riferimento nel mondo dell’illustrazione. In un’intervista dice che nei suoi graffiti scrive semplicemente il suo nome Popil, al quale affianca alcuni elementi cinesi che caratterizzano lei stessa e il suo stile: una giovane donna, un gatto, qualche nuvola, cose semplici e buffe, come lei. Secondo l’artista, i graffiti non sono un atto politico ma pura espressione personale, la sua arte ha a che fare solo con la sua individualità, i suoi affetti e la sua espressività. Fare graffiti rappresenta un modo per affermare una sorta di proprietà nello spazio pubblico, che si trasforma poi in uno spazio di rappresentazione soggettiva. Parla, inoltre, della differenza tra tag e pezzo, definendo il primo come mera marcatura della propria presenza e il secondo come uno sforzo artistico più elaborato e impegnativo, ovvero qualcosa che racconta ed esprime anziché qualcosa che semplicemente definisce e denota (Bruce 2010).

La Oops crew, tra futurismo e tradizione

Una delle crew più influenti nate a Shanghai, che più di altre ha saputo sintetizzare il concetto di contaminazione, è la Oops crew. Come conferma Dezio in un’intervista, «è una delle più importanti crew attive in città. Concentra la propria attività per lo più a Moganshan Road o a Rucker Park17Rucker Park è uno skate park nel distretto Yangpu, a nord-est di Shanghai., ma sporadicamente è possibile trovare tag e throw-up18Throw-up (kuaisu tuya 快速涂鸦 / outu 呕吐) – Letteralmente “vomito”, è la prima evoluzione della tag, un disegno stilizzato della propria firma di rapida esecuzione ma di dimensioni più estese, eseguito con pochi colori, di solito spruzzati rozzamente, anche privo di riempimento. Il throw-up è un’arte a sé: lo stile è immediato, spesso molto semplice e “gommoso” ma non per questo banale. È composto dal solo outline con un fill-in monocolore; può indicare anche ogni sorta di bubble style, non necessariamente monocromatico. Questa tecnica viene disprezzata perché considerata antiestetica, ma realizzare velocemente un buon throw-up con un outline preciso non è un compito semplice. Viene chiamato anche flop. della Oops crew anche nel resto della città» (Dezio in Sanada, Hassan 2010).

Fondata nel 2007, contava quattro membri ufficiali19Nell’intervista via e-mail a Tin.G di M. R. Bisceglia del 15 ottobre 2017, Tin.G afferma che nessuno di loro ha smesso di dipingere, ma che sono troppo impegnati per incontrarsi, di conseguenza la crew si è momentaneamente sciolta.: Jin Ye (Huri, Read o Hali) già presentato nelle pagine precedenti, Reign (o Lame), Snow e Tin.G (unica writer donna della crew di cui si parlerà più avanti). La nascita della Oops crew dimostra nuovamente l’importanza di internet per i writer cinesi, infatti i quattro componenti non si sono conosciuti direttamente in strada bensì su un blog.

Ci siamo conosciuti su internet in un graffiti bbs, una sorta di forum dedicato ai graffiti dove ognuno poteva condividere le foto dei propri lavori e commentare quelle degli altri. Abbiamo cominciato a scambiarci le foto delle nostre opere, a parlare della passione che ci legava e siamo diventati subito grandi amici ‒ racconta Tin.G. (Intervista 2017)

In realtà, questa crew ha ospitato nel corso degli anni anche altri membri come Moon, Aekone (a.k.a. Aek), Redim, Kite e due artisti europei, Diase (writer italiano) e Storm (writer francese). Ciò mette nuovamente in evidenza come ci siano molti writer stranieri che operano in Cina e che collaborano attivamente con le crew cinesi, contaminandole e contaminandosi. Nonostante si sia sciolta, la Oops crew è stata ed è tuttora la più famosa e stimata crew di Shanghai perché ha saputo incarnare nel migliore dei modi la tendenza cosmopolita e transculturale della città in cui è nata, combinando il movimento di matrice occidentale della graffiti art con molti aspetti della cultura cinese. Questa idea di integrazione si manifesta anche nella pratica artistica (Tav. 18), in cui si fa ricorso all’uso indistinto di lettere dell’alfabeto, della calligrafia e dei caratteri cinesi (Valjakka 2016). In un’intervista è stato chiesto a Tin.G quale fosse il motivo che spinge writer così diversi tra loro a unirsi per formare una crew: «Noi dipingiamo insieme perché condividiamo la stessa passione e se dipingiamo insieme il nostro graffito risulterà molto più grande e più potente. Anche quando affianchiamo il nome della crew a un pezzo fatto singolarmente siamo immediatamente riconosciuti e rispettati» (intervista 2017). Dar vita a una crew significa pertanto unire più tag per formarne una molto più grande e avere quindi maggiore visibilità, non solo come gruppo, ma anche come singolo artista. Il nome della crew, Oops, si riferisce al classico suono onomatopeico che si esclama quando ci si rende conto di aver fatto qualcosa di sbagliato, una sottile interiezione che li divertiva molto e che è diventata la loro sigla ufficiale.

Da un punto di vista puramente stilistico, i graffiti della Oops crew si rifanno alla tradizione euroamericana, replicandone e talvolta rinnovandone stili e tecniche. Il loro lettering20Lettering – Si riferisce allo stile delle lettere ed è il concetto fondamentale del writing. Se sei un writer, scrivi prima di tutto lettere, che possono essere diverse nelle dimensioni e negli stili: block, lettere di grandi dimensioni, squadrate o rettangolari, generalmente riempite con un solo colore; soft, lettere rotonde, morbide, dalla forma simile a quella delle nuvole, in genere di un solo colore all’interno di un outlinebubble style, lettere con stile “a bolla”, le lettere sembrano bolle di sapone, colorate con molta precisione, con un largo outlinewildstyle, tradotto “stile selvaggio”, le lettere sono composte da frecce tridimensionali intersecantesi, che danno idea di movimento e confusione. Nel caso della graffiti art cinese, dato che molti writer si servono anche dei caratteri per i loro pezzi, è stato necessario coniare un nuovo termine che indicasse lo stile dei caratteri: il Charactering. e il loro charactering21Charactering – Termine da noi coniato per indicare lo stile dei caratteri nei pezzi di writing (cfr. Lettering nel Glossario) o l’uso di caratteri cinesi nelle opere. si rifanno alla new school22New school (xinxuexiao 新学校) – In opposizione alla old school, la nuova scuola si riferisce alla generazione di writer comparsa dopo gli anni Ottanta. In Cina, questo termine viene usato anche per indicare un particolare stile di lettering che ha come intento la rielaborazione in chiave moderna degli stili appartenenti alla vecchia scuola. (in Cina, questo termine viene usato anche per indicare un particolare stile di writing, che ha come intento la rielaborazione in chiave moderna degli stili appartenenti alla “vecchia scuola”) servendosi, nello specifico, del wildstyle23Wildstyle (kuangye fengge 狂野风格) – Complessa costruzione di lettere assemblate per dare una forma e una dinamica particolare al pezzo. In questo stile le lettere vengono distorte e sovrapposte e talvolta arricchite da frecce tridimensionali, tribali, picche, puppet e altri elementi decorativi che danno idea di movimento e confusione. Questo stile può essere straight o soft: nel primo caso, è simmetrico e le frecce che formano le lettere tracciano angoli spigolosi; nel secondo caso, è asimmetrico e gli angoli sono sostituiti da frecce curve con punte arrotondate. Per aumentare la percezione di profondità dell’opera, oltre all’inserimento di collegamenti fra i caratteri, si può addirittura trasformare tutta la struttura della parola in un elemento tridimensionale. Questa forma intricata di graffiti, dall’inglese “stile selvaggio”, è considerata la forma di writing più difficile da eseguire e spesso le scritte sono indecifrabili per i non addetti ai lavori. con resa tridimensionale, sovente arricchito da uno sfondo o da elementi figurativi.

Tra i componenti della Oops crew, Jin Ye è considerato il leader del gruppo, oltre che un esperto e fecondo autore di wildstyle in stile tridimensionale: «La lettera è l’anima del muro e per me non c’è alcuna differenza tra le lettere latine o i caratteri cinesi. Il “fare graffiti” è una pratica che appartiene solo ed esclusivamente alla strada e non alle gallerie o alle istituzioni, sebbene a volte sia necessario fare qualche lavoro su commissione per guadagnare qualcosa» (intervista 2014). La sua prima tag, Hur(r)i, è un diminutivo del suo film preferito, Hurricane – Il grido dell’innocenza (1999), basato sulla vita del pugile Rubin Carter. Si è avvicinato al mondo dei graffiti all’età di vent’anni, guardando video di altri writer su YouTube. Non ha mai fatto parte della cultura hip-hop, in quanto per lui non si deve necessariamente ascoltare musica rap per essere un writer. Preferiva dipingere indisturbato a Moganshan Road, anteponendo la ricerca di uno stile sempre più originale al bombing; appunto per questo, aveva l’abitudine di fare sketch24Sketch (shougao 手稿) – In italiano “schizzo”, è una bozza del pezzo che si desidera realizzare. Solitamente ogni writer ha un quaderno delle bozze, nel quale fa pratica prima di dipingere sui muri (cfr. Black book)., ossia degli schizzi, delle bozze dei pezzi, che desiderava realizzare prima di scendere in strada. Jin Ye ha fatto parte di ben tre diverse crew: la Oops crew, la CLW crew insieme a Dezio, Nine, Fluke e Storm e la BMC crew insieme a Mels. L’acronimo della CLW corrisponde a diversi significati: China’s Least Wanted (i meno ricercati della Cina), Coloring Local Walls (dipingendo i muri della zona), Can’t Let’m Win (non farli vincere), mentre quello della BCM corrisponde a Beast Mode Crew (gruppo in modalità bestia). Come vedremo anche nelle pagine dedicate a Tin.G, un writer può appartenere, nel corso del tempo o contemporaneamente, a più di una crew. All’interno del panorama della graffiti art cinese, Jin Ye è da considerare certamente un king25King (wangzhe 王者) – Si riferisce a una sorta di guida per gli altri graffitari. In genere è il più bravo, il più abile ed è rispettato da tutti. Un writer viene reputato king solo nel caso in cui un altro king lo consideri tale. La competizione che porta a ottenere questa “carica” può riguardare la quantità di pezzi fatta in una città, lo stile e l’originalità, oppure l’esperienza., una guida per tutti gli altri writer della scena di Shanghai, per la sua esperienza, il suo inimitabile stile e l’indefinibile quantità di opere fatte in città.

L’opera Shanghai jianqiang: Shanghai sii forte

Tra le innumerevoli opere della Oops crew, quella che maggiormente esemplifica l’idea di mescolanza tra il movimento della graffiti art di matrice occidentale e la tradizione artistico-culturale cinese è senza dubbio l’opera Shanghai jianqiang 上海坚强 (Shanghai sii forte, Tav. 18). Shanghai jianqiang è stata dipinta in memoria delle vittime dell’incendio che nel 2010 ha distrutto un intero edificio vicino Jiaozhou Road nella città di Shanghai, provocando la morte di circa cinquanta persone (Shi, Wu 2010). Data la natura effimera dei graffiti documentabili solo grazie alla fotografia, quest’opera, che si trovava sulla hall of fame di Moganshan Road, non esiste più. Parte del fascino di quest’arte è legato proprio alla sua caducità, la durata della sua permanenza in strada dipende dalle istituzioni, dai privati o, nel caso delle hall of fame, da altri writer. Visitando più volte Moganshan Road nel 2014, si poteva riscontrare che molti graffiti erano già stati rimpiazzati anche a distanza di pochi giorni26Questo fatto è dimostrabile grazie a un altro indizio: è pratica comune dei writer associare al pezzo anche l’anno della realizzazione delle opere e quasi tutti i graffiti fotografati da M. R. Bisceglia recavano la data del 2014..

Tav. 18. Oops crew (Huri, Storm, Tin.G, Snow, Aek, Reign, Redim), Shanghai jianqiang 上海坚强 (Shanghai sii forte), novembre 2010, vernice spray su muro, Shanghai, Moganshan Road. Cortesia degli artisti. © Imaginechina Limited/Alamy Stock Photo/IPA.

L’opera Shanghai jianqiang si rifà al filone artistico Chinese Style Graffiti, che prevede l’uso di caratteri cinesi al posto delle lettere latine, la rielaborazione in chiave moderna della calligrafia e l’inserimento di simbologie della tradizione cinese. Il tema principale del pezzo è costituito dalle parole Shanghai 上海 e jianqiang 坚强 (fortificare) rappresentate mediante due differenti stili di charactering, con l’intenzione forse di emulare il tratto del pennello attraverso differenti spessori: la parte dedicata ai caratteri Shanghai 上海 è stata dipinta da Huri in uno stile calligrafico che ricorda il semicorsivo (xingshu). Lo stile semicorsivo o corrente è uno dei cinque stili fondamentali utilizzati nell’arte della calligrafia cinese. Contrariamente a quanto accade nella calligrafia tradizionale, i caratteri non sono scritti verticalmente ma orizzontalmente ed è possibile notare una sorta di spaccatura in tre punti nella resa calligrafica dei caratteri Shanghai 上海, al fine di donare al pezzo una sfumatura più originale e probabilmente per simboleggiare una sorta di ferita emotiva e fisica che Shanghai ha dovuto subire a causa dell’incendio. Per dare ai caratteri maggiore senso di tridimensionalità e dinamicità, c’è un’ombra che contorna il pezzo, resa attraverso una tecnica quasi chiaroscurale.

La parte dedicata ai caratteri jianqiang 坚强 è stata dipinta da Storm, un writer francese: la sua partecipazione al pezzo e l’utilizzo di caratteri cinesi per mano di un writer non cinese rimarca l’idea di contaminazione interculturale. I caratteri jianqiang 坚强 sono stati probabilmente realizzati con rullo e tempera o con un cap fat (cap è il tappino della bomboletta spray e può avere diverse dimensioni; in questo caso, il cap fat è il tappo dal tratto grosso e veloce che viene usato per eseguire sfondi e tratti spessi anche oltre i 12 cm)27Cap (pentou 喷头) – Tappino della bomboletta spray (penqi guan 喷漆罐). Può essere di varie dimensioni: fat, tappo dal tratto grosso e veloce per eseguire sfondi e tratti spessi (oltre i 12 cm); superfat, caratterizzato dal tratto a dir poco esagerato, per gli amanti del riempimento lampo e per chi deve ricoprire grosse superfici; soft, di diametro medio, è una via di mezzo tra il fat e lo skinny, un tappo caratterizzato dal tratto morbido, molto versatile, ideale per campiture e bordature; skinny per gli outline; il superskinny, linea ultra fine ideale per lavori di precisione e tagli nella colorazione per i tratti sottili.. Di conseguenza il tratto risulta decisamente più marcato rispetto ai due caratteri precedenti e lo stile dei caratteri sembra richiamare il kaishu (stile regolare), più chiaro e leggibile, ma fortemente rielaborato. In quest’opera, oltre all’uso dello stile calligrafico, vi sono anche alcuni richiami alla tradizione artistico-culturale cinese. Al centro del pezzo, tra le due parti, sono presenti un vaso per l’incenso e quattro crisantemi gialli. L’incenso richiama il rituale della veglia funebre in onore dei defunti, mentre il crisantemo giallo fa parte dei “quattro nobili” (bambù, orchidea, susino e crisantemo) che, nella pittura tradizionale cinese, rappresentano le quattro stagioni e le quattro età dell’uomo; tra queste, il crisantemo è simbolo dell’autunno. Nella parte superiore, all’interno di una pergamena orizzontale color arancione si leggono: Rest in Peace 11.15 (riposino in pace 15 novembre), R.I.P. (acronimo di Rest in Peace) e Shanghai be strong (Shanghai sii forte); ai lati della pergamena appaiono, a sinistra, un fiocco nero, simbolo di lutto e, a destra, una colomba bianca con un outline28Outline (lunkuoxian 轮廓线) – Contorno, profilo delle lettere, la linea esterna del graffito che definisce e modella la struttura del pezzo. in stile bombato (bubble style), uno degli stili più datati, propri della old school29Old school (laoxuexiao 老学校) – Letteralmente “vecchia scuola”, è un termine gergale riferito alle sottoculture di una disciplina o scuola e alle sue generazioni passate. Viene utilizzato per comparare lo stato attuale di una disciplina, sottocultura, movimento, con uno stato passato. Nel graffitismo, in particolare, si riferisce agli anni in cui il writing nacque negli Stati Uniti, periodo nel quale vennero inventati numerosi stili, che resero famosi i primi writer. A questo viene associata anche l’espressione back in the day.. Le lettere sembrano bolle di sapone, colorate con molta precisione, con un largo outline. In genere, al loro interno si fa un inline (riempimento) bianco o di una tonalità più chiara per accrescere il senso di profondità. La colomba probabilmente è stata inserita come simbolo di speranza e di pace. Infine, in basso figurano le tag dei componenti della Oops crew: Huri e Storm (ai lati, rispettivamente a destra e a sinistra), Ting, Snow, Aek, Reign e Redim (in basso al centro).

Tin.G: il post-graffiti dall’estetica “ultrafemminile”

Unica writer donna della Oops crew, Tin.G30Instagram: TinG米小央 (@ting_oops);
Behance: TinG 米小央;
Weibo: @TinG_OOPS米小央 的个人主页 – 微博
è la più prolifica graffiti artist di Shanghai, famosa per i suoi personaggi surreali e l’uso di colori allegri e brillanti, ma soprattutto è la più insigne rappresentante femminile del graffitismo in Cina. Tin.G è nata nel 1986 a Shanghai, dove risiede e lavora come illustratrice e fumettista. «Ho iniziato a fare graffiti nel 2006. A quel tempo, mi piaceva ascoltare la musica hip-hop e, anche se adesso non la ascolto più, continuo ad amare i graffiti. Solo dopo essermi diplomata ho scelto di fare l’illustratrice e recentemente mi sto dedicando alla fumettistica ‒ racconta l’artista» (intervista 2017).

Si è avvicinata al graffiti writing da autodidatta principalmente perché si annoiava a scuola. La prima volta che ha deciso di scendere in strada con una bomboletta spray aveva 18 anni e per realizzare il suo pezzo d’esordio aveva scelto un muro nel distretto di Minhang, un quartiere residenziale vicino alla sua abitazione, situato nella parte sud-ovest di Shanghai; in quel momento ha pensato: «Devo provarci! Ero emozionata e spaventata al tempo stesso ma, dopo aver terminato il mio primo pezzo, mi sono sentita davvero felice e avevo la sensazione di aver perso le dita della mano destra!» (intervista 2013). La sua tag, Tin.G, non è altro che la trascrizione in lettere latine della pronuncia del suo nome cinese Tingting 婷婷.

Nel corso degli anni Tin.G ha fatto parte di due importanti gruppi: la Oops crew di Shanghai e la CGG crew, quest’ultima tutta al femminile. Tin.G non si considera una bomber e non le piace fare graffiti di notte o su treni. È più vicina a un lavoro di ricerca artistica e prediligeva luoghi sicuri e tranquilli dove dipingere, come la hall of fame di Moganshan Road. Oltre alla realizzazione di masterpiece31Masterpiece (dafu de zuopin 大幅的作品) – Capolavoro, pezzo di ottima qualità, graffito particolarmente riuscito. e throw-up, forse contraddicendo il suo “non voler essere una bomber”, Tin.G si serve anche di sticker per diffondere le sue stravaganti illustrazioni (Tav. 22). Lo sticker è una forma di tag realizzata tramite adesivi stampati al computer, che può contenere solo la firma, un logo o essere più elaborata. Come conferma in un’intervista (2017): «Negli ultimi anni ho viaggiato molto in giro per l’Asia e appena ne avevo la possibilità attaccavo i miei sticker su lampioni, muri, segnaletica stradale, ovunque. Rapido e indolore. L’ho fatto per dire al mondo Tin.G was here [Tin.G è stata qui]».

È l’unica tra gli artisti selezionati ad adottare questa peculiare pratica artistica. Un esempio in questo senso è uno sticker che Tin.G ha affisso nel 2016 su un lampione (Tav. 22). Si tratta nello specifico di un’illustrazione-logo raffigurante una scolaretta un po’ maldestra che inciampa in un contenitore di vernice. Ha delle grandi cuffie auricolari e porta con sé nello zaino un rullo e due bombolette spray. Nel piccolo baloon a destra, Tin.G inserisce la sua tag, e nell’altro, in basso a sinistra, l’espressione “Oh! Shit!”; c’è anche un terzo baloon dietro la testa della ragazza contenente una nota musicale. Tin.G include nel suo sticker anche due codici QR per accedere tramite scansione ai suoi blog. La ragazza impacciata, raffigurata nell’adesivo (come quasi tutti i personaggi creati da Tin.G per la sua serie di sticker), impersona l’alter ego dell’artista: indossa abiti casual, ascolta musica hip-hop, ha sempre un rullo e una bomboletta spray nello zaino e inciampa goffamente nella vernice, a prova del fatto che la pittura e quindi l’arte in senso lato impregnano e pervadono ogni suo movimento e la sua intera esistenza.

Tav. 22. Tin.G, sticker su lampione, 2016. Cortesia dell’artista.

La sticker art è una forma di comunicazione rapida e incentrata sull’immagine, il cui obiettivo è quello di ottenere una grande visibilità e indurre l’osservatore a ricordare il disegno, il logo o l’icona da esso veicolato e, in alcuni casi, se particolarmente curioso, a informarsi sul significato che lo sticker rappresenta, per cui è strettamente connesso al filone del post-graffiti32Post-graffiti – Sviluppo moderno della forma e della cultura dei graffiti che si distacca dalle percezioni tradizionali, evolvendo in un primo momento nella tendenza stilistica graffiti-logo, quando alcuni artisti cominciano ad associare il proprio nome a un’icona riprodotta serialmente nello spazio pubblico attraverso l’uso di sticker, stencil e poster. In una fase successiva, si spingono verso tecniche o forme artistiche più innovative come la pittura, la scultura, la grafica, il design, l’illustrazione, la moda, la fotografia, l’architettura, la video art e la calligrafia. Il post-graffiti nasce e si sviluppa in un mondo globale perché vive e si diffonde via internet.. Quest’ultimo è un’evoluzione della forma e della cultura dei graffiti che si distacca dalle percezioni tradizionali per meglio adattarsi ai nuovi mezzi di comunicazione del XXI secolo. Si è diffuso in un primo momento attraverso la tendenza stilistica graffiti-logo, nella quale l’artista associa il proprio nome a un’icona riprodotta serialmente nello spazio pubblico mediante l’uso di sticker, stencil33Stencil art (mubanhua 模版画) – È una pratica largamente utilizzata nella street art che permette di riprodurre in serie forme, simboli e lettere attraverso una maschera normografica, tagliata in modo tale da formare un negativo fisico dell’immagine che si vuole creare. In breve, è una tecnica caratterizzata dall’uso di un motivo ritagliato su cartone (lo stencil, la matrice) che viene riprodotto sul muro con la bomboletta in breve tempo. e poster34Poster art (haibao 海报) – È una forma di arte di strada che si realizza unendo e componendo fra loro più fogli di carta stampata, ottenendo una grande immagine in stile pubblicitario che può arrivare a riempire anche intere facciate di palazzi., ma può anche riguardare svariate tecniche o forme artistiche più innovative come la pittura, la scultura, la grafica, il design, l’illustrazione, la moda, la fotografia, l’architettura, la video arte e la calligrafia. Il post-graffiti nasce e si sviluppa in un mondo globale perché vive e si diffonde via internet.

I writer cinesi, come spiegava Jin Ye e come confermato da Tin.G, hanno l’abitudine di condividere in tempo reale sui social network la foto di un pezzo appena dipinto e si preoccupano di essere immediatamente rintracciati tramite siti internet o codici QR affiancati ai loro graffiti. In questo modo, fare graffiti non è solo un mezzo per essere riconosciuti, ma un vero e proprio trampolino di lancio che può aprire molte strade anche a livello lavorativo.

Parlando dell’origine e dell’evoluzione del graffiti writing35Graffiti writing (tuya shuxie 涂鸦书写) – È un fenomeno sociale, culturale e artistico diffuso in tutto il mondo, nato come espressione spontanea e senza un intento dichiarato di un gruppo eterogeneo di ragazzi appartenenti a una sottocultura, l’hip-hop, che ha avuto origine nei ghetti newyorkesi degli anni Settanta. In italiano si può tradurre con il termine “graffitismo”, che denota l’atto dello scrivere il proprio nome d’arte, la tag, usando vernice spray o pennarello negli spazi pubblici. L’etimologia della parola “graffito” deriva dal latino gràphium, “stile per incidere”, che trae la sua etimologia dal greco gràphein (γράφειν) che significa indifferentemente “scalfire, incavare, disegnare”. Il termine writing, dall’inglese “scrittura, scrivere”, si riferisce all’esecuzione di graffiti, composti meramente da lettere o da caratteri. A questa modalità è legato uno studio del lettering, e quindi dello stile del carattere che deve avere sia la semplice tag che il pezzo. In Cina, il termine “graffiti” non si riferisce solo alla scrittura di lettere o caratteri come nel writing, motivo per cui i graffiti vengono chiamati anche tuya yishu 涂鸦艺术 (lett. arte dei graffiti), sottintendendo una vasta gamma di espressioni artistiche su suolo pubblico (molto più vicine alla street art). Un altro termine usato è tuya huihua 涂鸦绘画 (lett. pittura di graffiti) che si riferisce ai graffiti che contengono puppet., Tin.G afferma:

Credo che i graffiti siano approdati in Cina intorno al Duemila prima a Hong Kong e poi a Canton, ma non ne sono sicura. A Hong Kong ci sono molti più graffiti rispetto alla Cina continentale e i writer hanno molta più libertà d’espressione nei luoghi pubblici; infatti, non è così insolito vedere graffiti sui treni o sui cornicioni di un edificio. La diffusione dei graffiti in Cina è stata possibile solo grazie a internet: molti ragazzi dopo aver visto video e foto di graffiti di writer occidentali sono scesi in strada per provare a imitarli. Anche la cultura hip-hop ha fatto la sua parte, quasi tutti i writer cinesi hanno iniziato a dipingere graffiti perché ascoltavano la musica hip-hop o partecipavano ai contest36Contest (duijue 对决) – Gara o battle legale tra breaker, dj, mc o writer. La più importante in Cina è la Wall Lords Graffiti Battle, chiamata anche semplicemente Wall Lords (Zhanqiang 战墙).(gare o battles legali tra breaker, dj, mc o writer) come le Wall Lords37Wall Lords (vimeo.com).  Questa competizione è arrivata a Shanghai solo nel 2010 e ha ospitato moltissimi artisti asiatici che avevano uno stile e una creatività eccezionali e si servivano di tecniche mai viste prima. Tuttavia, penso che la street art38Street art (jietou yishu 街头艺术) – In italiano “arte di strada” o “arte urbana”, è un termine di origine massmediatico che cerca di definire e circoscrivere tutte quelle forme d’arte che si manifestano in luoghi pubblici, spesso illegalmente, con le tecniche più disparate. Nasce e si evolve da una costola del graffiti writing, si sviluppa e si estende nel tempo in pratiche diverse: sticker art, stencil art, poster art, proiezioni video, sculture, installazioni e performance. in Occidente sia molto più matura rispetto a quella asiatica, forse per via dell’apertura culturale e della grande tradizione artistica. (Intervista 2013)

È difficile circoscrivere lo stile di Tin.G, lei stessa afferma di non avere limiti e di non voler confinare quello che crea all’interno di una categoria precisa: «Non so come definire il mio stile, credo che classificare lo stile di un artista sia compito di chi guarda. Un writer quando crea un pezzo fa solo quello che gli piace, senza preoccuparsi di appartenere alla vecchia o alla nuova scuola» (intervista 2017).

Tuttavia, risulta piuttosto evidente l’assiduo proposito dell’artista di voler condurre l’osservatore in un mondo immaginario, popolato da bizzarri personaggi fiabeschi, in un paese delle meraviglie. Nelle sue creazioni è possibile identificare due elementi distintivi: l’uso di colori vivaci e la presenza di elementi figurativi. Nel primo caso, le calde e accese tonalità della colorazione delle lettere sono contrapposte a una più tenue o molto più scura resa cromatica dello sfondo, così da donare al pezzo un particolare dinamismo. Il contrasto tra lo sfondo e le lettere regala maggiore profondità al graffito, tramutandolo in una sorta di portale dimensionale capace di trasportarci in un universo alternativo. Altresì peculiare è la scelta di colori eccentrici usati per il riempimento delle lettere che variano dal rosso all’arancione e dal rosa chiaro al fucsia fino al viola. Questa selezione cromatica non è assolutamente casuale, anzi rispecchia perfettamente l’idea di femminilità e romanticismo che Tin.G vuole far trasparire dalle sue creazioni. Il secondo elemento caratteristico è rappresentato, invece, dall’inserimento di puppet39Puppet (tu’an 图案) – Letteralmente “pupazzo”, “bambolotto”; è in genere un elemento figurativo che affianca i graffiti. Può essere una figura umana, un mostro dalle sembianze animali, un personaggio dei fumetti o dei cartoni animati.. I puppet o character40Character (tu’an 图案) – Elemento figurativo, personaggio animale o umano. All’inizio i character facevano da corollario alle lettere, mentre con il passare del tempo sono diventati uno stile a sé stante (cfr. Puppet). sono elementi figurativi che affiancano il pezzo e che possono riprodurre personaggi dei fumetti o dei cartoni animati, figure dalle sembianze umane o animali fantastici. Se, nelle sue opere più datate, i puppet fungevano solo da corollario alle lettere, nelle sue recenti creazioni è quasi totalmente scomparso il lettering e, benché queste vengano erroneamente definite graffiti, sono in realtà illustrazioni associate alla street art. Tra gli elementi figurativi inseriti nei suoi pezzi ricorrono anche alcuni leitmotiv come cuoricini, fiori o figure geometriche che richiamano l’idea stereotipata di femminilità. Ad ogni modo, vista la complessità strutturale delle sue opere, lo stile del suo intricato lettering potrebbe essere assimilato al wildstyle con resa tridimensionale. A differenza di altri artisti, Tin.G non sempre fa uso delle classiche ombreggiature o della tecnica del chiaroscuro per dare profondità e spessore al pezzo; la resa tridimensionale dell’opera viene ottenuta trasformando l’intero pezzo in un elemento tridimensionale o posizionando su diversi piani le lettere e gli elementi figurativi, sempre tenendo conto dello sfondo. Le singole lettere, talvolta incastonate ad altri elementi indipendenti, sono talmente distorte, intrecciate e sovrapposte da diventare indecifrabili. Ma è proprio questa la sfida che deve affrontare chi si misura con un pezzo “selvaggio”: non essere più riconosciuto solo per il proprio nome ma per il proprio unico e inimitabile stile. La modalità espressiva di Tin.G è solo in parte riconducibile al filone di ricerca Chinese Style Graffiti, in quanto l’artista non adopera i caratteri cinesi nei suoi pezzi ma include, più o meno velatamente, molti elementi della cultura e della tradizione cinese.

Il graffito Lotus Boy (Il ragazzo del loto), ad esempio, sintetizza perfettamente quanto appena descritto sullo stile dell’artista e mostra alcuni richiami alla simbologia cinese. Tin.G lo dipinge nell’estate del 2009 lungo Moganshan Road: «Lotus Boy è uno dei miei primi pezzi e quello al quale sono più affezionata: è dedicato al mio personaggio mitologico preferito, Nezha. Questa divinità è anche chiamata “Dio del loto”, per questo motivo, le lettere sono di colore rosa e ci sono delle foglie di loto attorno» (intervista 2017).

Tin.G, Lotus Boy, estate 2009, vernice spray su muro, Shanghai, Moganshan Road. Cortesia dell’artista.

Nezha o Na Zha (Nezha 哪吒) è una divinità protettrice della tradizione popolare cinese. Il suo nome ufficiale nel taoismo è “Maresciallo dell’altare centrale” (Zhongtan yuanshuai 中坛元帅) ma veniva chiamato anche “Terzo principe del loto” (Lianhua santaizi 连花三太子). L’intero graffito si ricollega, infatti, alla tematica del loto. Nella cultura cinese, il loto è legato a moltissimi significati che prendono spunto proprio dalle sue specifiche caratteristiche vegetali. Nel buddhismo, la simbologia del fiore di loto varia dalla purezza divina all’illuminazione. Per gli orientali ha un forte significato spirituale per via della sua particolarità di affondare le radici nel fango, di distendersi sulla superficie delle acque stagnanti uscendo da esse immacolato e bellissimo: per questo è il simbolo di chi vive nel mondo senza esserne contaminato. Nel pezzo di Tin.G il colore delle lettere, le foglie nell’outline e lo sfondo ricordano tutti il fiore di loto, ma lo fanno in maniera particolare: l’ingarbugliato lettering, dallo stile decisamente wild, riproduce la parola Nezha e ha un fill-in (tianse 填色, l’area dipinta all’interno delle lettere, detta anche “riempimento”) che gioca sulle differenti tonalità del colore rosa (dal viola, al fucsia sino al bianco) proprie dei petali del fiore di loto; oltre al primo contorno color magenta delle lettere, è presente un secondo outline di colore verde dal tratto decisamente più spesso. Attorno a esso sono state inserite delle foglie di loto dello stesso colore, le quali ricordano le creature sferiche del famoso videogioco Pacman; il contrasto cromatico tra le lettere rosa e lo sfondo di colore nero, infine, potrebbe riferirsi alla peculiare capacità idrofobica di questo meraviglioso fiore che riesce a rimane pulito nonostante cresca in acque stagnanti. In questo graffito è possibile, inoltre, intravedere dei loop, degli elementi decorativi usati spesso nel wildstyle per unire le lettere e dare maggiore dinamica al pezzo.

Anche in un’altra opera intitolata Pink Africa (Africa rosa, Tav. 20) ricorre il tema della femminilità, legato però a un messaggio sociale. Come Shanghai jianqiang (Tav. 18), anche Pink Africa è un graffito dedicato alle vittime dell’incendio che nel 2010 ha distrutto un intero edificio vicino Jiaozhou Road nella città di Shanghai.

Tav. 20. Tin.G, Pink Africa, autunno 2010, vernice spray su muro, Shanghai, Moganshan Road. Cortesia dell’artista.

Il lettering posto al centro del pezzo è composto dalla scritta Belief (fede), una parola che forse vuole essere di conforto per i familiari e i conoscenti delle vittime. Alle lettere di Belief, Tin.G affianca tre balloons nei quali scrive rispettivamente, da sinistra verso destra: Oops, Mourning For 11.15 Victims R.I.P. (in lutto per le vittime del 15 novembre) e TING. La sua tag viene ripetuta altre due volte, rispettivamente in basso a destra e a sinistra; Tin.G dipinge le tre tag in tre differenti stili, forse per rimarcare la sua presenza e il suo sostegno morale alle vittime dell’incendio. Da un punto di vista puramente stilistico, si potrebbe affermare che si tratta di un graffito in wildstyle, la cui originalità è da imputare non solo all’audace incastro e sovrapposizione delle lettere ma anche all’uso del motivo drip (scolatura) e di alcune spaccature tra le lettere. Lo sfondo, di colore marrone e beige, riproduce su due piani un paesaggio africano, presumibilmente un rimando al calore delle fiamme generate dall’incendio e richiamato anche dall’immagine di una nuvoletta di fumo sulla lettera E. Per donare maggiore luminosità al pezzo, dopo il primo outline di colore nero è presente al suo esterno un secondo outline “spezzato” di colore giallo, mentre all’interno degli angoli o delle curvature delle lettere troviamo delle sfumature di colore bianco. Oltre al fill-in rosa acceso, Tin.G inserisce un motivo maculato in tre punti nei quali però il riempimento è di colore rosso, mentre le piccole chiazze sono di colore rosa chiaro e rosa scuro. Il motivo maculato assomiglia a una pelliccia di leopardo che si estende fino al doppio outline. Questa stravagante decorazione è forse un richiamo al tema africano sullo sfondo.

Nell’opera The Rabbit Year (L’anno del coniglio, Tav. 21), Tin.G fa uso di elementi della cultura cinese rielaborati in chiave moderna.

Tav. 21. Tin.G, The Rabbit Year, inverno 2011, vernice spray su muro, Shanghai, Moganshan Road. Cortesia dell’artista.

Questo graffito riproduce sullo sfondo di un bosco incantato la scritta Love dalla quale spuntano cinque conigli bianchi. Tin.G dipinge questo graffito nel 2011 a Moganshan Road, per augurare a tutti sia un felice nuovo anno cinese (l’Anno del Coniglio) sia un buon San Valentino, dato che il Capodanno cinese si festeggia solitamente nel mese di febbraio, in prossimità del 14 febbraio. Nel graffito, oltre al lettering LOVE, è infatti presente anche il leitmotiv del cuore, un richiamo esplicito alla festa degli innamorati. Il lettering di questo graffito, quasi del tutto illeggibile, sembra sia riconducibile al wildstyle con una colorazione interna molto vivace che gioca sulla gradazione delle tonalità giallo, rosso e arancione. Per dare maggiore luminosità al pezzo, Tin.G traccia un sottile outline bianco sopra il contorno principale di colore nero e, in aggiunta, inserisce, all’interno degli angoli o delle curvature delle lettere, una sfumatura di colore bianco. Gli elementi figurativi di quest’opera sono cinque conigli bianchi che sbucano con timore e timidezza dalle lettere. La scelta di ritrarre proprio i conigli è dovuta al fatto che essi rappresentano uno dei dodici animali dello zodiaco cinese e, in questo caso specifico, sono associati proprio all’anno 2011, anno in cui viene realizzata l’opera. Lo zodiaco cinese è basato su 12 anni ciclici; ogni anno del ciclo è associato a un animale. Gli animali sono: il topo, il bue, la tigre, il coniglio, il drago, il serpente, il cavallo, la capra, la scimmia, il gallo, il cane e il maiale. Il coniglio (tu 兔) è il quarto animale nel ciclo di 12 anni. Secondo la tradizionale astrologia cinese, il coniglio è prudente, quieto, riservato, retrospettivo, meditabondo e fortunato. Nell’ultima lettera della scritta, la E, l’artista include un piccolo cuore mentre all’esterno colloca la sua tag e quella della Oops crew, la crew di cui Tin.G faceva parte in quel momento. La tridimensionalità dell’opera viene ottenuta trasformando l’intero pezzo in un elemento tridimensionale grazie al contrasto cromatico all’interno delle lettere, ma senza produrre una vera e propria ombreggiatura; un altro elemento che accentua la tridimensionalità è la prospettiva della scritta rispetto allo sfondo, che sembra quasi “seduta” comodamente sul prato. I conigli, simili a pupazzi dei cartoni animati, hanno gli occhi color rosa come il Bianconiglio del romanzo Alice nel paese delle meraviglie, il quale simboleggia la dimensione onirica che conduce Alice in un mondo senza frontiere dove il raziocinio non è il pilastro di ogni teoria plausibile. Allo stesso modo, anche i cinque conigli del graffito, forse come il Bianconiglio di Alice, sembra che vogliano condurci nel meraviglioso mondo di Tin.G. La scelta del numero cinque potrebbe essere legata ai “cinque elementi” (wuxing 五行) – legno, terra, acqua, fuoco e metallo – parte di un concetto tipico della cultura cinese, applicabile anche alla medicina, che scandisce i ritmi della natura e dell’uomo; questa ipotesi è perfettamente in linea con l’idea di amore universale che è in tutte le cose ed è ricollegabile al concept dell’opera di Tin.G.

Da pochi anni, l’artista si è unita alla CGG crew, acronimo di China Graffiti Girls, la prima crew cinese formata interamente da donne. Fondata nel 2013, la crew è attualmente composta da sei artiste: Rainbo (di Hong Kong), MT (di Hainan), Mizi (di Canton), 399diskr (di Canton), Satr (di Canton) e Tin.G:

La China Graffiti Girls è stata fondata nel 2013 da sei writer donne residenti in Cina e a Hong Kong. La scena dei graffiti in Asia è cresciuta in maniera significativa nell’ultimo decennio, ma la street art continua a essere una forma d’arte prevalentemente maschile. In questi dieci anni un crescente numero di artiste ha iniziato a farsi notare e a ricevere l’attenzione che merita. (Intervista 2016)

Una foto delle componenti della CGG crew nel 2015. Da sinistra: SATR, 399DISKR, RAINBO, Tin.G, MT, MIZI. Cortesia dell’artista.

La CGG crew nasce, dunque, con l’intento di dipingere pezzi freschi, delicati e intrisi di femminilità in risposta al persistente dominio maschile in seno all’arte urbana cinese. I colori usati, lo stile delle lettere e i puppet mostrano il carattere “ultrafemminile” della loro estetica: molto più delicati, soffici e colmi di emozioni delle creazioni dei loro colleghi. In questo senso, anche la scelta del nome della crew è perfettamente in linea con questo proposito. Come già asserito da Tin.G, il loro operato come crew appartiene alla street art in senso lato, anche se tutte le componenti hanno esordito con attività di bombing illegale di pezzi di writing. La loro pratica artistica oscilla tra collaborazioni con brand famosi e partecipazioni in opere di abbellimento del tessuto urbano coordinate dalle amministrazioni locali. La crew ha preso parte a molti eventi legati ai graffiti, come il Meeting of Styles41Il Meeting of Styles è un’organizzazione no-profit che organizza e patrocina eventi di graffiti in tutto il mondo; il primo evento in Cina è stato organizzato nel 2011., e nel 2015 a Hong Kong è stata inaugurata la loro prima mostra, la Yo Girls Graffiti Exhibition, un vero e proprio vernissage a cielo aperto. L’esposizione è stata realizzata all’interno e nei dintorni della galleria Part of Gallery sulla Sik On Street di Hong Kong, dove dal 31 agosto al 4 settembre del 2015 la CCG crew ha dipinto un totale di cinque opere, mentre all’interno della galleria era possibile ammirare e acquistare sculture, foto, dipinti su tela e vari gadget realizzati dalle artiste.

Tra le componenti, va menzionata in particolar modo Rainbo, la leader del gruppo. Nata nella provincia dello Hunan, oggi risiede nella città di Hong Kong. È anche una delle fondatrici della AWS crew (acronimo di After Work Shop), insieme a Uncle, writer e artista di Hong Kong con il quale dipinge quasi sempre. Come accade a molti graffitisti cinesi, Rainbo ha sperimentato nel corso degli anni percorsi artistici eterogenei che spaziano dalla pittura a olio alla scultura, dal graphic design alla ceramica, dal modellismo all’illustrazione. Ha dipinto nelle hall of fame42Hall of fame (tuya qiang 涂鸦墙) – Letteralmente “atrio della fama”, si riferisce a uno spazio in cui è permesso dipingere più o meno legalmente. Nelle hall of fame dipingono i writer intenti a un lavoro di ricerca artistica, che preferiscono porre l’accento sulla qualità dei pezzi che sulla quantità, ricercando uno stile sempre più originale. delle più importanti città cinesi tra cui il Distretto 798 di Pechino e lungo Moganshan Road a Shanghai. Dal punto di vista stilistico, Rainbo si serve quasi sempre del bubble style ma in modo alquanto originale: le lettere prendono vita e diventano esse stesse dei puppet con occhi, braccia e gambe. I colori usati nei suoi pezzi sono vivaci ed eccentrici e sovente arricchiti da uno sfondo colorato. Appare quindi immediato il parallelismo con la figura di Tin.G: in primo luogo, a livello stilistico, sia Rainbo che Tin.G sono solite prediligere tonalità cromatiche allegre e femminili, al fine di donare uno stampo divertente ma sempre elegante alle loro creazioni. In aggiunta, è possibile notare l’inserimento ricorrente, anche se con modalità differenti, di puppet ed elementi figurativi che le hanno consacrate come illustratrici nella vita professionale. In ultima analisi, è possibile riscontrare, nel percorso di entrambe le artiste, l’urgenza di ampliare i propri orizzonti creativi passando dal writing ad altre forme artistiche e viceversa, fatto alquanto comune tra gli artisti cinesi che appartengono al nuovo filone chiamato post-graffiti, che supera e rinnova il writing tradizionale.

In Cina tutto si rinnova costantemente, muore e rinasce nell’arco di una notte (grattacieli inclusi) e il tessuto urbano muta incessantemente e insieme a esso l’arte di strada. Nelle grandi città, e in particolar modo a Shanghai, è stato proprio questo a permetterne uno sviluppo velocissimo: come la tela su cui poggia anche il graffito non poteva che essere un’istantanea, resa immortale solo grazie alla fotografia e alle nuove piattaforme online. Quasi tutti i writer possiedono già un background artistico e si servono della strada per corroborare l’immagine underground dell’artista urbano e aprirsi nuove possibilità lavorative. Infine, appare evidente come l’anima cosmopolita e interculturale della città di Shanghai abbia permesso una sorta di contaminazione tra gli artisti locali e quelli stranieri rendendo fertile il terreno della creazione.

Questa nuova tendenza si riverbera nella figura e nell’attività di Tin.G: la sua iniziale adesione alla cultura hip-hop, la propaganda visuale dei suoi sticker, l’evoluzione dei puppet in vere e proprie illustrazioni a cielo aperto, l’uso dei codici QR affiancati alle sue opere sono solo alcuni esempi di questo nuovo modo di concepire l’arte dei graffiti in Cina. Dall’analisi delle sue opere, emerge anche un altro elemento peculiare: il netto contrasto tra l’audacia e l’eccellente maestria del wildstyle impiegato per il lettering e la spiccata delicatezza degli elementi figurativi a esso accostati, quasi a voler tracciare a tutti i costi un’impronta femminile e romantica. In questo senso, Tin.G si impone come precorritrice di un’estetica squisitamente “ultrafemminile” in seno alla graffiti art cinese che si serve di colori vivaci, stereotipi femminili e riferimenti pop che regalano un lampo di colore in una giungla urbana altrimenti grigia.