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Grazie al Sole si potevano, quindi, distinguere quattro stagioni diverse, i cui limiti erano stabiliti, in analogia a quanto si fa ancora oggi, dagli equinozi e dai solstizi, mentre le stelle consentivano una suddivisione molto più sottile dell’anno. Non era sfuggita, infatti, ai nostri progenitori l’esistenza di una correlazione fra il riapparire in cielo poco prima dell’alba di determinate stelle, dopo un periodo di invisibilità durato poco più di un mese, o il loro tramontare in corrispondenza del sorgere del Sole, dopo essere rimaste visibili per l’intera notte, o anche, infine, il tramontare di alcune stelle immediatamente dopo il Sole, giorno da cui avrebbe avuto inizio il periodo della loro invisibilità, e i momenti più adatti per lo svolgimento di determinate attività agricole. Emblematici, a questo proposito, sono i versi compresi fra il 383 e il 387 del poema, a carattere didascalico, Le opere e i giorni di Esiodo, in cui trova spazio la descrizione del collegamento tra fenomeni celesti, agricoltura e navigazione:

Norme sensoriali e totalitarismi dolci

Nonostante tutto, nel 2011 eravamo ottimisti: saremo riusciti a risolvere tutti i problemi. Oggi ne siamo meno sicuri. Alcuni giuristi evocano la nozione di “norme sensoriali” (Thibierge 2018) per indicare quelle norme che si impongono direttamente, senza che sia possibile trasgredirle. Esse vanno dal segnale sonoro che ci intima di allacciare le cinture di sicurezza fino ai sistemi di video-sorveglianza che consentiranno di fotografare e identificare in pochi secondi, attraverso un sofisticato sistema di riconoscimento facciale, un pedone mentre attraversa la strada con il semaforo rosso, per mostrarne immediatamente dopo la fotografia in gran formato e il nome nelle vie limitrofe, agli occhi di tutti. Come rispondere a queste pratiche che puntano «a plasmare le menti, favorire l’adesione, incentivare quanto meno una sottomissione degli attori, attraverso una impercettibile e costante somministrazione normativa quotidiana» (ibid.)? Perfino le democrazie, incrociando i milioni di dati individuali accumulati dai social network e i miliardi di conversazioni registrate dalle agenzie di spionaggio, imparano a fondere società dello sguardo permanente e stato di sorveglianza in un totalitarismo dolce, ancora più temibile poiché fa leva sulla nostra illimitata smania di avere accesso a tutto, in qualsiasi momento, senza attese. Rispondendo a pulsioni narcisistiche ancora più forti di quelle del sesso o del cibo «passiamo da una piattaforma e da un apparecchio digitale a un altro come un topo nella gabbia di Skinner, che, schiacciando delle leve, cerca affannosamente sempre maggiori stimoli e soddisfazioni» (Harcourt 2020, p. 253).

Le Pleiadi costituiscono molto probabilmente il gruppo di stelle più spettacolare e suggestivo dell’emisfero boreale e non possono sfuggire all’attenzione di chi rivolga, anche casualmente, lo sguardo verso il cielo durante le notti d’inverno. Avvolte da una tenue nebulosità diffusa, ricordano per forma il piccolo carro, ovvero le sette stelle più luminose della costellazione dell’Orsa Minore, ma con un’estensione in cielo notevolmente più ridotta.

Esiodo si rifà alla mitologia greca, che vuole le sette stelle più luminose del gruppo, Alcione, Celano, Elettra, Maia, Merope, Asterope e Taigete, come figlie di Atlante (il Titano che Zeus condannò a sorreggere la volta celeste) e di Pleione, un’Oceanina, ovvero una divinità delle acque correnti e dei mari, ma le storie e le leggende legate alle Pleiadi sono molteplici. Non esiste popolo dell’antichità che non sia rimasto affascinato da questo insolito agglomerato di stelle: genti vissute in epoche e località diverse facevano addirittura iniziare l’anno con la “levata eliaca” delle Pleiadi, ossia il momento in cui questo gruppetto di stelle ricompariva nel cielo immediatamente prima del Sole, all’alba. A essa si riferisce anche Esiodo, che la indica come il momento giusto per la mietitura. L’azione dell’arare è, invece, per il poeta greco, da collegarsi al “tramonto acronico”, ovvero il giorno dell’anno in cui il tramonto delle Pleiadi avveniva contemporaneamente al sorgere del Sole. All’epoca e alla latitudine di Esiodo, questo accadeva intorno al 10 novembre, ma col passare dei secoli la data si sarebbe spostata in avanti, a causa del fenomeno della precessione degli equinozi, dovuto al movimento conico che l’asse della Terra compie in un periodo di tempo di circa 26.000 anni.

Per effetto di questo moto, le intersezioni tra i piani in cui giacciono l’orbita della Terra (che in termini tecnici viene detta “eclittica”) e l’equatore celeste (prolungamento ideale dell’equatore terrestre), che corrispondono ai cosiddetti punti equinoziali (Fig. 1), si spostano all’indietro andando incontro, per così dire, alla Terra e rendendo l’anno solare, ovvero il tempo impiegato dalla Terra per ritornare nella stessa posizione rispetto al Sole, circa 20 minuti più corto dell’anno siderale (definito come il tempo impiegato dalla Terra per ritornare nella stessa posizione rispetto alle stelle). Il calendario è regolato secondo l’anno solare, così la differenza di 20 minuti si traduce in uno spostamento in avanti (di un giorno ogni 72 anni e di quasi 19 giorni in un millennio) di tutti i fenomeni relativi alle posizioni delle stelle quali, ad esempio, le levate eliache e i tramonti, eliaci e acronici.

Fig. 1. Visto dalla Terra, il Sole appare muoversi, nel corso dell’anno, lungo l’eclittica (in rosso) nella direzione indicata dalla freccia. Per effetto del moto conico dell’asse terrestre, le intersezioni dell’eclittica con l’equatore celeste (in nero), corrispondenti agli equinozi d’autunno (Ω) e di primavera (γ) si spostano, recedendo verso il Sole.


In realtà, la questione è molto più complessa, in quanto il cielo stellato varia progressivamente per effetto della regressione dei punti equinoziali e le stelle che non erano visibili in determinati luoghi possono divenirlo nel corso del tempo. La posizione che la Terra occupa nella propria orbita in corrispondenza di una determinata stagione recede, infatti, anno dopo anno e tra 13.000 anni circa sarà esattamente opposta a quella che ha ora. In quell’epoca, quindi, l’inizio dell’inverno nell’emisfero boreale corrisponderà alla posizione orbitale della Terra che attualmente compete all’inizio dell’estate per lo stesso emisfero. Questo significa che l’asse della Terra avrà in quel luogo un’inclinazione diversa da quella che ha adesso e, di conseguenza, le stelle che saranno visibili, allora, dall’emisfero boreale non saranno quelle che si vedono alla nostra epoca in inverno dall’emisfero australe, né quelle che si vedono ora in estate dall’emisfero boreale. Soltanto ogni 26.000 anni circa, le stelle tornano a occupare in cielo la medesima posizione nello stesso giorno e alla stessa ora.

Il cambiamento del cielo stellato, per effetto della precessione, avviene molto lentamente ed è apprezzabile solo su tempi dell’ordine di alcune centinaia di anni. Questi lunghi periodi possono consentire che alcune stelle o costellazioni, ritenute caratteristiche di un determinato emisfero, si rendano visibili anche dall’altro. La Croce del Sud, ad esempio, considerata talmente distintiva dell’emisfero australe da essere stata inclusa nelle bandiere della Nuova Zelanda, dell’Australia e del Brasile, è visibile attualmente, oltre che da tutte le regioni di tale emisfero, anche da quelle boreali, aventi una latitudine inferiore a 27°, ma ci fu un tempo nel passato, così come ci sarà un tempo nel futuro, in cui la si poteva vedere anche dall’Italia. La Croce scomparve, infatti, stella dopo stella, dai nostri cieli, fra il 900 a.C. e il 300 d.C., mentre dalle regioni di latitudine inferiore, come ad esempio Gerusalemme, sparì gradualmente diversi secoli dopo.

Tornando a Esiodo, il poeta non collega il “tramonto eliaco” delle Pleiadi, ossia il giorno in cui queste tramontavano immediatamente dopo il Sole, ad alcun tipo di attività agricola, ma lo cita implicitamente, in quanto esso corrisponde proprio all’inizio del periodo di 40 giorni, in cui il gruppetto di stelle rimaneva «ascoso». Tale scomparsa si deve al fatto che, per effetto del moto di rivoluzione della Terra attorno al Sole, le stelle appaiono spostarsi di circa 1° al giorno, verso ovest (in realtà, è la Terra che si muove lungo la sua orbita, percorrendo all’incirca 1° al giorno nella direzione opposta), e pertanto, quando una stella, o un gruppetto di stelle, tramonta immediatamente dopo il Sole, lo spostamento verso ovest ne provocherà l’invisibilità (causata dalla presenza della luce del Sole), fino al momento in cui, dopo aver “sorpassato” il Sole, la stella, o il gruppetto, riapparirà poco prima dell’alba, in levata eliaca.
Il ripetersi, anno dopo anno, delle posizioni di alcune stelle, in corrispondenza dei momenti più propizi per le diverse attività agricole o dei periodi più adatti alla navigazione, rafforzò negli uomini la convinzione dell’esistenza di un ordine superiore che vegliava su di loro, generando come per riflesso l’alternarsi delle stagioni. Ancora ne Le opere e i giorni (vv. 663-665) infatti si legge:

Per cinquanta giorni dopo il volger del sole
quando volge alla fine l’estate, faticosa stagione,
è il tempo propizio ai mortali per navigare.

Con l’espressione «il volger del sole», Esiodo vuole indicare il solstizio, ossia il momento a partire da cui il cammino apparente del Sole lungo l’orizzonte cambia di verso. Infatti, al solstizio d’estate (che è proprio quello a cui si riferisce il poeta greco) i punti di levata e tramonto del Sole, raggiunta la posizione più estrema a nord-est e nord-ovest, prendono a muoversi nella direzione opposta fino a giungere, al solstizio d’inverno, nella posizione più estrema a sud-est e sud-ovest, da cui ricominceranno poi il cammino in senso contrario. Prima di cambiare verso, tuttavia, il Sole deve arrestarsi e questo è proprio il significato del termine “solstizio”, che deriva dal latino solstitium, traente origine a sua volta dall’espressione sol sistere, ovvero “il sole che si ferma”.

Lo spostamento lungo la linea dell’orizzonte dei punti di levata e tramonto del Sole, a cui corrispondono anche una diversa durata del giorno e della notte e una diversa altezza massima raggiunta dal Sole a mezzogiorno, è osservabile nella quasi totalità delle regioni della Terra e aumenta all’aumentare della latitudine dell’osservatore: cresce pertanto in direzione dei poli e cala avvicinandosi all’equatore, luogo in cui l’escursione è minima e il giorno e la notte hanno all’incirca sempre la stessa uguale durata. In tutte le altre regioni della Terra, a esclusione dei poli, le ore di luce uguagliano quelle di buio solamente due volte all’anno, in corrispondenza degli equinozi, termine quest’ultimo che ha proprio tale significato, poiché deriva dal latino aequa nox, ovvero “notte uguale”. Ai poli, il Sole non sorge né tramonta mai, ma si muove lungo un cerchio, la cui altezza muta nel corso dell’anno, raggiungendo i due valori estremi, pari a 23° e 27’ sopra o sotto l’orizzonte, in corrispondenza dei solstizi; agli equinozi, invece, l’altezza del Sole è uguale a zero per entrambi i poli e il Sole, pertanto, percorre un cerchio che lambisce i due orizzonti, generando una situazione al limite tra il giorno e la notte.