CAPITOLO 2

LA PERDITA DEL CENTRO

Non v’è dimostrazione scientifica per ammettere quel che alcuni favoleggiano sull’esistenza degli antipodi, cioè che uomini calcano le piante dei piedi in senso inverso ai nostri dall’altra parte della Terra dove il Sole sorge quando da noi tramonta. Non affermano infatti di averlo appreso in seguito a una esperienza storicamente verificatasi, ma prospettano col ragionamento un’ipotesi perché la Terra sarebbe sospesa nella volta del cielo e avrebbe lo stesso spazio in basso e al centro. Suppongono perciò che l’altra faccia della Terra, quella di sotto, non può esser priva di abitanti […]. D’altronde è troppo assurda l’affermazione che alcuni uomini, attraversata l’immensità dell’Oceano, poterono navigare e giungere da questa all’altra parte della Terra in modo che anche là si stabilisse la specie umana dall’unico progenitore.

(Agostino, De Civitate Dei, Libro XVI)

PAROLE CHIAVE
Terra / Sole / Plànētes astéres

Era molto difficile, se non impossibile, concepire un Universo il cui centro non fosse la Terra. Il Sole, le stelle e i pianeti sembravano ruotare attorno a noi e appariva molto più logico pensare che il giorno e la notte si alternassero perché il Sole, scendendo sotto l’orizzonte, andava a illuminare quella parte del nostro pianeta che, a detta degli uomini di Chiesa, non poteva assolutamente essere abitata, anziché ipotizzare che il fenomeno fosse dovuto alla rotazione della Terra attorno al proprio asse.
Al ben noto problema degli antipodi, che rendeva impossibile, alla maggioranza degli studiosi, sostenere che potessero esistere degli esseri costretti a trascorrere la propria vita con la testa all’ingiù, si era affiancata, a seguito dell’affermarsi del pensiero cristiano, una questione di carattere teologico: per i Padri della Chiesa era del tutto inaccettabile l’idea che una parte dell’umanità, per la quale si supponeva la stessa origine, “adamitica”, fosse stata destinata a una parte del pianeta così inaccessibile da escluderla, per forza di cose, dalla predicazione della Buona Novella. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, infatti, pochissimi avevano messo in dubbio l’ipotesi che la Terra fosse una sfera immobile collocata al centro dell’Universo, mentre quasi tutti avevano dubitato seriamente dell’esistenza degli antipodi: esseri che, come dice il termine stesso, avrebbero dovuto avere i piedi “contro i nostri” e risultava incomprensibile come riuscissero a rimanere attaccati alla Terra, invece di precipitare verso il basso.
Lucrezio, illustre poeta e filosofo romano vissuto nel I secolo a.C., aveva trovato talmente assurda l’idea che potessero esistere creature di quel tipo da vedersi costretto addirittura a rigettare nel De Rerum Natura l’ipotesi della sfericità della Terra. Così egli, infatti, nel Libro I della sua opera (ai vv. 1060-1064), ironizza nei confronti di coloro che sostengono l’esistenza di “possibili” esseri che, per qualche ragione che gli pare inaccettabile, non cadono verso il cielo:

Et simili ratione animalia suppa vagari
contendunt neque posse e terris in loca caeli
reccidere inferiora magis quam corpora nostra
sponte sua possint in caeli templa volare.
11. «E in modo simile sostengono che le creature si muovano a testa in giù, ma che non possano cadere dalla Terra nello spazio, come i nostri corpi non possono volare nei templi del Cielo».

All’incirca un centinaio di anni dopo la stesura del De Rerum Natura, Plinio il Vecchio, scrittore, naturalista e politico, in quello che viene considerato a ragione il suo capolavoro, la Naturalis Historia, una vera e propria enciclopedia costituita da 37 Libri, avrebbe affermato che, nonostante tutti fossero convinti che la Terra avesse forma sferica, molti si chiedevano come fosse possibile che gli oceani avessero una superficie curva e la disputa sulla natura degli antipodi era ancora molto accesa.

Il punto di vista cristiano su questa questione è espresso molto chiaramente da sant’Agostino, teologo e dottore della Chiesa, nonché vescovo di Ippona, vissuto fra il 354 e il 430, nel Libro XVI del De Civitate Dei (riportato all’inizio di questo capitolo): la Terra è una sfera, ma nella parte opposta alla nostra deve assolutamente essere priva di abitanti. Impossibile per lui immaginare che gli uomini abbiano potuto «attraversare l’immensità dell’Oceano», oltrepassando le Colonne d’Ercole e abbandonando quello che tutti consideravano l’unico “mondo” per spingersi verso l’ignoto.

Dalla parte opposta del “mondo”, che all’epoca di sant’Agostino era già piuttosto grande e comprendeva, oltre all’Europa, anche una discreta parte dell’Africa e quasi la totalità dell’Asia, non poteva esserci null’altro che acqua e buio, quando qui era luce e viceversa. Tutto lasciava supporre che così fosse.
Incredibilmente, però, già nel lontano passato, una manciata di studiosi aveva intuito che la realtà potesse essere diversa da quanto appariva: due filosofi della scuola di Pitagora, Iceta ed Efanto, vissuti a Siracusa 800 anni prima di sant’Agostino, avevano, infatti, sostenuto che il movimento diurno del sole e notturno delle stelle fosse dovuto alla rotazione terrestre attorno al proprio asse. Della stessa opinione era stato anche un loro contemporaneo, Eraclide Pontico, ritenuto da diversi studiosi un allievo di Platone.

Tuttavia, né Eraclide, né i due filosofi pitagorici avevano ipotizzato che, oltre a ruotare attorno al proprio asse, la Terra potesse compiere anche un moto di rivoluzione attorno al Sole. Chi lo avrebbe proposto, alcune decine di anni dopo, precorrendo coraggiosamente i tempi di diversi secoli, sarebbe stato Aristarco, nato e vissuto fra il 310 e il 230 a.C. a Samo, l’isola che quasi 300 anni prima aveva dato i natali a Pitagora.
Oltre a sostenere che la Terra ruotava attorno al proprio asse, Aristarco aveva compreso che era proprio l’inclinazione di quest’ultimo, rispetto alla perpendicolare al piano dell’orbita, unita al moto di rivoluzione della Terra attorno al Sole, a dare origine alle stagioni.
Nell’Universo di Aristarco, oltre alla Terra, si muovevano su orbite circolari attorno al Sole anche i pianeti e gli unici punti fermi erano il Sole e le stelle, i cui moti diurno e notturno erano semplicemente il riflesso del moto di rotazione della Terra attorno al proprio asse. Ed è proprio in relazione alle stelle che i suoi contemporanei gli avevano mosso la grande obiezione, la stessa che sarebbe stata posta ai sostenitori del sistema eliocentrico per molti secoli a venire: se era la Terra a orbitare attorno al Sole, perché non se ne vedeva il “riflesso” nel moto annuale delle stelle? In altre parole, per quale ragione le stelle non descrivevano nel cielo, per effetto del moto orbitale terrestre, delle circonferenze (Fig. 3), il cui diametro apparente sarebbe stato tanto più ampio quanto più esse erano vicine alla Terra?

Fig. 3. Il moto annuale apparente nel cielo di due stelle (D e C) aventi diversa distanza dal Sole (A). La Terra (B) orbita attorno al Sole (A) e tale movimento si riflette nelle stelle in modo tanto più ampio (maggiore per C che per D) quanto più queste sono vicine al sistema Terra-Sole. Le stelle più lontane (E) appaiono, invece, ferme. L’angolo p, indicato nella figura corrisponde a metà dello spostamento angolare totale (mostrato dalle stelle D e C) e, in termini tecnici, è detto “parallasse annuale”. La figura non è in scala: l’angolo p in realtà è estremamente piccolo.

A tale quesito, che evidenziava la mancanza della prova sperimentale capace di fugare ogni dubbio e decretare la validità del suo modello, Aristarco aveva risposto correttamente, ma incapace di poterlo provare in alcun modo, che le stelle erano troppo lontane perché se ne potesse apprezzare lo spostamento prodotto dal moto di rivoluzione della Terra.
L’opinione corrente, tuttavia, riteneva che le stelle non fossero tanto più lontane di Saturno e che la mancanza di osservazione di uno spostamento, che avrebbe dovuto essere visibile senza alcuna difficoltà, fosse la prova dell’assurdità del modello eliocentrico. Soltanto uno scienziato babilonese, vissuto nel II secolo a.C., Seleuco di Seleucia, avrebbe sostenuto il sistema eliocentrico di Aristarco. Così, almeno, riferisce Plutarco, biografo, poeta e sacerdote greco, vissuto a cavallo del I secolo d.C., nelle Platonicae quaestiones. Un’affermazione che, secondo lo studioso tedesco del pensiero greco, Hermann Diels, vissuto nel XIX secolo, sarebbe stata confermata anche da un filosofo contemporaneo di Plutarco, Aezio, di cui si sa, peraltro, pochissimo. Nella sua opera, Doxographi graeci, Diels afferma che Aezio avrebbe attribuito a Seleuco, oltre che il sostegno del modello di Aristarco, anche l’ipotesi, arditissima per l’epoca, ma che si sarebbe rivelata corretta molti secoli dopo, secondo cui le maree sulla Terra erano dovute all’azione combinata del moto della Terra e della Luna.

L’ipotesi eliocentrica di Aristarco era troppo rivoluzionaria per il suo tempo e infatti non riuscì nemmeno a scalfire la credibilità del modello, che riscuoteva la totalità dei consensi ed era stato sviluppato da Eudosso, matematico e astronomo, nato circa 100 anni prima di lui a Cnido, città greca dell’antica regione della Caria, situata sulla fascia costiera dell’attuale Turchia.

Gli scritti originali di Eudosso sono andati perduti ed è soltanto grazie a quanto riportato da Aristotele (che lo aveva avuto come maestro all’Accademia di Atene) nella Metaphysica, e da Simplicio, 900 anni dopo, nel commento al De Caelo di Aristotele, che si possono avere delle informazioni sul modello di Eudosso. Simplicio si spinge addirittura ad affermare che Eudosso l’avrebbe realizzato per soddisfare una richiesta che Platone, il suo maestro, aveva posto ai filosofi, preoccupato dall’impossibilità di conciliare i movimenti, che talvolta caratterizzavano i pianeti, col moto circolare mostrato dalle stelle nel corso della notte.

I movimenti che turbavano il sommo filosofo dall’antica Grecia erano quelli “retrogradi” dei pianeti che, di tanto in tanto, apparivano invertire il consueto moto annuale, da ovest verso est, caratteristico anche del Sole (che in realtà riflette il moto orbitale della Terra), per iniziare a dirigersi in verso opposto. Platone chiedeva, pertanto, se e come fosse possibile che un moto perfetto e ordinatore, quindi circolare, quale era quello notturno delle stelle, potesse dare origine al disordine riscontrato nei movimenti dei pianeti.

Il “miracolo” compiuto mirabilmente da Eudosso fu quello di assegnare a ciascun pianeta una serie di sfere, tra loro concentriche, che ruotavano di moto circolare uniforme ciascuna attorno a un asse, avente una propria inclinazione e vincolato alla sfera di raggio immediatamente superiore. In questo modo, il movimento del pianeta, che si trovava fissato all’equatore della sfera più interna, visto dalla Terra, sarebbe derivato dalla combinazione dei moti di tutte le sfere.