Introduzione

Questa lezione conclusiva è il bilancio, inevitabilmente provvisorio, del corso che ho tenuto nel 2011 e, più in generale, della mia esperienza di insegnamento al Collège de France. Il ciclo di lezioni sulla “internazionalizzazione del diritto” è iniziato il giorno successivo il lancio dei raid aerei in Iraq da parte di George W. Bush e si è concluso una settimana dopo l’esecuzione di Bin Laden. Il mio discorso ha così progressivamente dovuto assumere una tonalità tragica: quella di un umanesimo giuridico lacerato, di un mito che mostra crepe da tutte le parti.
Avendo posto le mie lezioni sotto la protezione della dea Astrea – simbolo, per gli umanisti del turbolento periodo del Rinascimento europeo, della speranza di un ritorno alla giustizia e alla pace – la scelta di dedicare l’ultimo anno al tema “Sens et non-sens dell’umanesimo giuridico” non è stata casuale. Le debolezze e le contraddizioni dell’umanesimo giuridico sono infatti prepotentemente emerse alla luce del sole proprio quando questo iniziava, almeno parzialmente, a divenire realtà grazie all’affermazione dei diritti umani, alla comparsa di un diritto umanitario e alla nascita di una giustizia penale a vocazione universale.

Debolezze e contraddizioni dell’umanesimo giuridico

L’apertura delle frontiere nazionali alle merci non impedisce di innalzare muri volti a bloccare i movimenti degli esseri umani. L’Europa senza frontiere commerciali si chiude come una fortezza per una parte dell’umanità: predispone campi per migranti e riscopre Lombroso1Il medico Lombroso, noto per la sua descrizione del delinquente nato, è una delle figure di spicco della scuola positivista italiana del XIX secolo. Il suo rifiuto del libero arbitrio e la sua concezione deterministica del reato, che sostituisce la colpevolezza con la pericolosità e la pena con la misura di sicurezza, saranno riabilitate dalle correnti securitarie, in particolare successivamente agli attentati dell’11 settembre 2001. per rinchiudere, a prescindere dalla commissione di reati, persone etichettate come “pericolose”, in nome di un principio di precauzione preso in prestito dalla normativa sui prodotti pericolosi (si veda Delmas-Marty 20102Delmas-Marty, M. (2010) Libertés et sûreté dans un monde dangereux, Paris: Seuil, coll. “La couleur des idées”.). Il diritto alla sûreté, rinominato “diritto alla sécurité3Nota del Traduttore: l’Autrice evidenzia il passaggio da un diritto alla sicurezza inteso in senso securitario (sûreté, security in inglese), come diritto fondamentale dell’individuo contro le limitazioni alla propria libertà personale, a un diritto alla sicurezza intesa come sicurezza sociale, affidabilità, protezione di beni e persone (la sécurité, safety in inglese). La realizzazione di quest’ultimo, in mano al potere politico, può sfociare in gravi violazioni del primo., giustifica i più gravi attentati alla libertà, quali la detenzione illimitata dei prigionieri di Guantanamo – che non possono essere né giudicati né liberati – o addirittura la tortura e i trattamenti inumani e degradanti – come testimoniano le terribili immagini scattate ad Abu Ghraïb, ritraenti prigionieri che camminano a quattro zampe, tenuti al guinzaglio da guardie divertite e costretti a mangiare leccando una ciotola. L’ingerenza umanitaria si trasforma in derive securitarie, se non addirittura in uno “stato di guerra”. Similmente, in nome della giustizia, si ricorre in modo inquietante agli omicidi mirati, decisi da capi di Stato in assenza di qualsiasi processo.
Ed ecco che questa umanità che sembrava eterna, a conclusione di un processo di ominizzazione (evoluzione biologica) durato milioni di anni, comincia ad apparire chiaramente un’umanità “in transito”, in tutti i sensi del termine. Ripercorrendo (durante il seminario Ominizzazione, umanizzazione) circa cinquemila anni di storia di umanizzazioni (evoluzione etica) – dai grandi imperi ormai sepolti sotto la sabbia dell’antica Mesopotamia fino ai sogni futuristici dei transumanisti – abbiamo constatato quanto effimero sia il passaggio sulla terra di ogni popolo, a fortiori di ogni essere umano. Come ci fa notare Jean Baechler (Baechler 2010, p. 286), la grande maggioranza di questi passeggeri del vento – «les devenants» – sparisce senza lasciare traccia: «per loro è sufficiente aver transitato per l’esistenza», conta solo «l’incredibile e straordinaria fortuna di essere esistiti una volta», di aver preso parte «allo splendore del reale».
E l’umanità nel suo complesso? Più ambiziose, le correnti transumaniste si ergono a traghettatori che conducono verso l’abbandono dell’attuale forma di umanità, una forma transitoria, imperfetta e, a dirla tutta, sbagliata. Ironicamente, Marie-Angèle Hermitte, nel corso del seminario, aveva schematicamente riassunto così il loro discorso: l’ominizzazione non è riuscita e l’umanizzazione è un fallimento. L’ominizzazione non è riuscita, perché la nostra specie è estremamente imperfetta da un punto di vista biologico, e l’umanizzazione è un fallimento, come dimostrano le continue violenze e guerre4Hermitte, M., Post-humanisation et/ou déshumanisation?, séminaire Hominisation, humanisation, 29 avril 2011. Video disponibile.

Post humanisation et/ou déshumanisation? Marie-Angèle Hermitte, Directeur de recherche au CNRS – Directeur d’études à l’EHESS. Études juridiques comparatives et internationalisation du droit (2003-2011). Séminaire Hominisation, Humanisation: Le rôle du droit, 29 avril 2011, Collège de France, Amphithéâtre Maurice Halbwachs – Marcelin Berthelot.

A loro avviso è necessario, anche correndo il rischio di far scomparire l’umanità, tentare di migliorare le nostre capacità attraverso delle tecniche che annunceranno il passaggio all’era del post-umano. C’è una sorta di coerenza implacabile in questo progetto che, in sostanza, disumanizza per “post-umanizzare”, de-socializza per autonomizzare. Tuttavia, esso si scontra frontalmente con l’umanesimo giuridico organico all’umanità che, appunto, è lentamente emerso nel corso della storia.
Tale constatazione può sembrare paradossale perché, nel momento stesso in cui filosofi quali Luc Ferry o Alain Renaut (Ferry, Renaut 1985; Renaut 2008) riscoprono l’importanza delle previsioni normative (dal diritto internazionale dei diritti umani al diritto dell’ambiente), i transumanisti pretendono di dimostrare l’inutilità di qualsiasi normativismo morale, religioso o giuridico. Concentrato in realtà sulla post-ominizzazione (nel senso biologico), il transumanesimo si disinteressa dell’umanizzazione in senso etico: le biotecnologie preverranno tutte le disfunzioni e si arriverà a migliorare la specie umana, esattamente come si fa con la specie bovina. Anne Fagot-Largeault, nel suo intervento sulle modalità di procreazione, aveva a proposito evidenziato come, nella procreazione medicalmente assistita, la donna sia già trattata come un bovino5Fagot-Largeault, A., Les nouveaux modes de procréation, séminaire Hominisation, humanisation, 29 avril 2011. Video disponibile. I sistemi di monitoraggio digitale contribuiranno ulteriormente a questa formattazione della specie umana.

Les nouveaux modes de procréation, Anne Fagot-Largeault, Études juridiques comparatives et internationalisation du droit (2003-2011). Séminaire Hominisation, Humanisation: Le rôle du droit, 29 avril 2011, Collège de France, Amphithéâtre Maurice Halbwachs – Marcelin Berthelot.

Norme sensoriali e totalitarismi dolci
Nonostante tutto, nel 2011 eravamo ottimisti: saremo riusciti a risolvere tutti i problemi. Oggi ne siamo meno sicuri. Alcuni giuristi evocano la nozione di “norme sensoriali” (Thibierge 2018) per indicare quelle norme che si impongono direttamente, senza che sia possibile trasgredirle. Esse vanno dal segnale sonoro che ci intima di allacciare le cinture di sicurezza fino ai sistemi di video-sorveglianza che consentiranno di fotografare e identificare in pochi secondi, attraverso un sofisticato sistema di riconoscimento facciale, un pedone mentre attraversa la strada con il semaforo rosso, per mostrarne immediatamente dopo la fotografia in gran formato e il nome nelle vie limitrofe, agli occhi di tutti.
Come rispondere a queste pratiche che puntano «a plasmare le menti, favorire l’adesione, incentivare quanto meno una sottomissione degli attori, attraverso una impercettibile e costante somministrazione normativa quotidiana» (ibid.)? Perfino le democrazie, incrociando i milioni di dati individuali accumulati dai social network e i miliardi di conversazioni registrate dalle agenzie di spionaggio, imparano a fondere società dello sguardo permanente e stato di sorveglianza in un totalitarismo dolce, ancora più temibile poiché fa leva sulla nostra illimitata smania di avere accesso a tutto, in qualsiasi momento, senza attese. Rispondendo a pulsioni narcisistiche ancora più forti di quelle del sesso o del cibo «passiamo da una piattaforma e da un apparecchio digitale a un altro come un topo nella gabbia di Skinner, che, schiacciando delle leve, cerca affannosamente sempre maggiori stimoli e soddisfazioni» (Harcourt 2020, p. 253)6Harcourt, B. E. (2020) La Société d’exposition. Désir et désobéissance à l’ère numérique, Paris: Seuil..

Mondializzazione tra umanizzazione e ominizzazione

Rassegnandoci a tali trasformazioni, corriamo il rischio di ridurre l’essere umano, divenuto interscambiabile, a una specie umana più omogenea. È invece ancora possibile preservare le interazioni tra i processi dell’ominizzazione e dell’umanizzazione, trasformando in ambivalenze le contraddizioni della mondializzazione.
In effetti, la mondializzazione, pur aggravando i rischi di disumanizzazione, apre anche nuove prospettive all’umanizzazione: non tanto creando uno Stato mondiale (che secondo Kant potrebbe portare al peggiore dei dispotismi), quanto, piuttosto, favorendo la diversificazione degli attori in modo da riequilibrare i poteri tra Stati e collettività infra e sovra-statali, così come tra altri attori statali e non, che siano economici, scientifici o della società civile.
Scopriamo allora che i valori etici non sono universali a priori, ma possono essere “universalizzabili” nel momento in cui il diritto internazionale entra in vigore incrociando culture e saperi: ad esempio, con il diritto internazionale penale, il diritto internazionale dei diritti umani, i beni pubblici mondiali o i beni comuni mondiali.
Infine, notiamo che l’ordine mondiale non si presenta come un modello gerarchico e unico in cui un universalismo radicale si oppone al sovranismo assoluto. Al contrario, le pratiche interattive ed evolutive che vi si sviluppano prospettano la possibilità di un’umanizzazione pluralista e reciproca. Un processo del genere presuppone un’armonizzazione senza uniformizzazione, per semplice riavvicinamento.

Armonizzazione delle differenze
Non si parla di processi di armonizzazione esclusivamente in ambito giuridico. Li ritroviamo anche nelle opere di Abdelwahab Meddeb, scrittore, poeta e profondo conoscitore dell’Islam, che ha cercato un metodo per determinare la “soglia di compatibilità” che consentisse di conciliare l’“inconciliabile”. Questo metodo, la “mondialità” (si veda Glissant 2005), neologismo apparso di recente, diversamente dall’uniformità, riconosce le differenze e se ne nutre, rifiutando l’uniformizzazione intorno a un modello unico, peraltro già rigettato da Kant nel suo progetto di diritto cosmopolitico ai tempi dell’Illuminismo. In realtà, la mondialità è allo stesso tempo unica – in quanto non si accontenta di sovrapporre le differenze, puntando a un ordinamento comune – e molteplice – poiché implica un certo pluralismo. In occasione di una ricerca collettiva su I sentieri di uno Jus commune universalizzabile scopriamo che la mondialità, forma pacifica della mondializzazione, non è lontana dal “pluralismo ordinato” (Delmas-Marty 2006)7Delmas-Marty, M. (2006) Les Forces imaginantes du droit II. Le pluralisme ordonné, Paris: Seuil, coll. “La couleur des idées”., un pluralismo che avvicina le differenze senza sopprimerle, armonizza la diversità senza eliminarla e pluralizza l’universale senza sostituirlo con il relativo: perché ci sia qualcosa in comune, è necessario che rimangano delle differenze, che siano però compatibili tra loro.
È quindi rilevante che tale nozione di compatibilità abbia attirato l’attenzione di un filosofo come Meddeb, che la vede come il mezzo per «evitarci l’uniformizzazione senza cadere nel difetto culturalista che dedica un culto irrazionale allo specifico» (Meddeb 2017, p. 230)8Meddeb, A. (2017) Le temps des inconciliables. Contre-prêches 2, Paris: Seuil..
Il diritto internazionale, però, che sia nella Dichiarazione “universale” dei diritti umani del 1948 o nella Dichiarazione dell’Unesco sulla diversità culturale adottata nel 2001 (ripresa nella Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali nel 2005), in cui proclama la diversità culturale «patrimonio comune dell’umanità», non prevede delle istruzioni per l’uso. Il giurista può in ogni caso trovarne delle applicazioni nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che riconosce agli Stati – in alcuni ambiti, quali la vita privata o la libertà di espressione – un «margine nazionale di apprezzamento», inserito nel Protocollo addizionale n. 15 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo nel 2013. I giudici determinano allora i criteri di valutazione di una “soglia di compatibilità”.

Un diritto in divenire

Abbiamo individuato cinque esempi concreti che mostrano le debolezze dell’umanesimo giuridico di fronte alle sfide della mondializzazione: migrazione, esclusione sociale, danni ambientali, crimini internazionali “più gravi” (quali il genocidio o i crimini contro l’umanità) e nuove tecnologie. Occorre comunque tenere presente che alcuni degli eccessi rilevati nei campi analizzati (quali il rafforzamento del controllo dei flussi migratori, l’aumento dell’esclusione sociale e dei danni ambientali, la continua commissione di crimini internazionali), così come l’ambivalenza delle nuove tecnologie, stimolano una moltitudine di proposte e iniziative tendenti a riposizionare l’elemento umano al centro della mondializzazione.
Abbiamo scelto di approfondire alcuni dei processi di questo complesso fermento creativo: la promozione di una cittadinanza a più livelli (siamo cittadini del nostro Paese ma anche, per coloro che fanno parte di questa regione del pianeta, cittadini europei, nonché cittadini del mondo); la condivisione della responsabilità sociale e giuridica tra Stati e imprese transnazionali; la riduzione delle tensioni tra giustizia e forza per cercare di costruire una pace duratura; la creazione di un legame tra generazioni presenti e future. Infine, a proposito di innovazioni tecnologiche, abbiamo analizzato l’innovazione a livello giuridico – ad esempio, definendo il diritto all’oblio su internet, o addirittura il diritto al silenzio in materia di internet degli oggetti.
Queste proposte o iniziative sono spesso scollegate tra loro. Se si sviluppassero congiuntamente, potrebbero invece segnare un percorso che porta non certo verso la restaurazione del mito dell’umanesimo giuridico, che resta indubbiamente caratteristico del suo tempo e del suo luogo d’origine – l’Europa rinascimentale – quanto piuttosto verso l’umanizzazione della mondializzazione. Come in tutte le utopie, si corre il rischio di sacrificare “ciò che c’è già” al “non ancora”, ovvero di perdere le conquiste del passato in nome di risultati futuri poco probabili. In effetti, i processi di umanizzazione possono fallire in qualsiasi momento – nella maggior parte dei casi, la giustizia resta al servizio della forza – o arenarsi: ad esempio, la protezione dei lavoratori migranti è sancita in una Convenzione adottata nel 1990 che, ad oggi, non è ancora stata ratificata dai Paesi che sono terre di immigrazione.
Il rischio di una regressione sociale, reso ancora più grave dal mercato totale, non è lontano, come d’altro canto quello di restare indietro, o di farsi superare dalla rapidità delle innovazioni: per quanto si cerchi di innovare giuridicamente, il diritto di internet, ad esempio, è sempre in ritardo rispetto all’ultima invenzione.
In altri termini, quando si adotta una concezione dinamica del diritto – in linea con l’espressione “diritto in divenire” – è fondamentale non perdere le conquiste delle umanizzazioni, come spiegatoci con grande chiarezza da Alain Supiot: «La differenza tra esseri umani e non umani è una conquista che è costata molto cara e che non andrebbe abbandonata in nome della protezione di nuovi centri d’interesse»9Supiot, A., Table ronde: le droit régulateur des tensions entre hominisation et humanisation?, séminaire Hominisation, humanisation, 29 avril 2011. Video disponibile. Perché possa contribuire all’umanizzazione, al diritto in divenire viene assegnato un triplo ruolo: resistere, responsabilizzare, anticipare.
Più precisamente: resistere alla disumanizzazione, responsabilizzare gli attori titolari di un potere globale e anticipare i rischi futuri.

Table ronde: Le droit régulateur des tensions entre hominisation et humanisation?, Mireille Delmas-Marty, Études juridiques comparatives et internationalisation du droit (2003-2011). Séminaire Hominisation, Humanisation: Le rôle du droit, 29 avril 2011, Collège de France, Amphithéâtre Maurice Halbwachs – Marcelin Berthelot.