Premessa

COSA È SUCCESSO NEGLI ULTIMI DIECI ANNI?

Rileggendo il testo della lezione conclusiva del corso che ho tenuto al Collège de France nel 2011, ci si rende conto che, all’epoca, la scena era già delineata. I tre verbi attorno cui il corso si articolava – resistere alla disumanizzazione, responsabilizzare gli attori globali e anticipare i rischi futuri (si veda Delmas-Marty 2013b) – sono oggi più che mai fondamentali nelle nostre società, caratterizzate dall’avanzare incessante della mondializzazione. Da dove viene, allora, l’impressione di essere precipitati in un altro mondo? Cosa è successo, cosa ha reso l’aria così pesante da portarci, oggi, a chiederci se sia ancora il caso di utilizzare un tono razionale e rassicurante? Possiamo veramente continuare a sostenere che l’umanesimo giuridico “comincia a divenire realtà”? Di fronte alla rabbia di alcuni e alla paura di altri, il discorso della ragione diviene impercettibile, e riscopriamo con sgomento il Paul Valéry degli anni Trenta del Novecento:


Noi, le civiltà, ora sappiamo che siamo mortali.
Avevamo sentito parlare di mondi interamente scomparsi, di imperi
colati a picco con […] i loro dèi e le loro leggi, con le loro accademie
e le loro scienze pure e applicate […]. Ma dopo tutto, questi naufragi
non ci riguardavano.
Elam, Ninive, Babilonia, erano dei bei nomi vaghi, e la totale rovina
di questi mondi aveva per noi così poca importanza quanta ne aveva
la loro stessa esistenza. […] constatiamo ora che l’abisso della storia è
abbastanza grande per tutti.


— Valéry 1919, pp. 321-322; trad. it. p. 27

L’abisso è sicuramente abbastanza profondo da inghiottire l’Europa. Sapevamo che il processo di integrazione sarebbe stato lento (l’Europa “a piccoli passi”) e complesso (l’Europa “a più velocità”), ma pensavamo anche che fosse irreversibile. I trattati promettevano «un’unione sempre più stretta tra i popoli» e «armonizzazione nel progresso sociale». Sapevamo anche che la democrazia è fragile – l’unico regime tragico, diceva Claude Lefort, poiché si rimette regolarmente in discussione – ma pensavamo che il trinomio “democrazia/diritti umani/Stato di diritto” avrebbe resistito, forte dei secoli che ci erano voluti per crearlo.
Sarebbero invece bastati pochi anni per smantellarlo senza che nessuno si allarmasse, a esclusione di qualche “anima bella”, che continua a perseguire ideali di bontà e bellezza, oramai sacrificati in nome dell’unico obiettivo considerato legittimo: l’efficacia. Sarebbero bastati pochi anni per scoprire che i naufragi di cui parlava Valéry, che continuano ad agitare il pianeta da un capo all’altro, riguardano ormai tutti noi. Perfino l’ecosistema può collassare: i “collassologi” si ispirano, a volte, ai geologi inventori dell’Antropocene (quel periodo in cui l’umanità diviene fattore di trasformazione del pianeta), a volte ai politologi inventori della “idiocrazia”. La digitalizzazione ha eliminato le distanze temporali e gli intermediari tra i fatti e le loro interpretazioni. Potrebbe arrivare addirittura a neutralizzare qualsiasi forma di ragione critica: una sola verità, la mia, una sola identità accettabile, la mia.
“Disinibite” e fiere di esserlo, le correnti dette “populiste” acquistano vigore, promuovendo il ritiro nel presunto rifugio dello Stato-nazione (America first). Ma ritirarsi è impossibile, e il rifugio illusorio, essendo la mondializzazione e le interdipendenze che la accompagnano irreversibili e in piena espansione.

Per rendersi conto del divario esistente tra la semplicità dei discorsi demagogici e la complessità dei fatti, interattivi, in evoluzione, e spesso contraddittori, è dunque interessante rileggere questa lezione detta “conclusiva” e considerarla non tanto come la chiusura di un ciclo di insegnamento, quanto piuttosto come l’inizio di una nuova fase in cui si deve cambiare il modo di guardare la mondializzazione.
Intenti ad analizzare le logiche giuridiche soggiacenti, non avremmo mai immaginato che gli effetti si sarebbero sviluppati così rapidamente, fino a portarci dove siamo oggi, anche se, di fatto, non ne eravamo poi molto lontani, poiché avevamo già identificato vari segni premonitori, oggi più che mai attuali. Da qui l’idea di pubblicare questo testo, scritto nel 2011, poi arricchito di alcuni commenti a margine1Questi commenti sono inseriti in finestre su fondo grigio, separate dal testo principale., come un piccolo faro che prova a far luce su quanto accaduto.

Settembre 2019