1. POST-VERITÀ: DI CHE COSA STIAMO PARLANDO?

Il 14-15 novembre 2019 a Dallas ha luogo il quarto convegno internazionale sul terrapiattismo. I terrapiattisti, che rappresentano il 2% della popolazione statunitense, sostengono che la Terra non abbia forma (approssimativamente) sferica, ma che sia piatta. Tre mesi dopo, il 22 febbraio 2020, Michael “Mad Mike” Hughes, intento ad appurare coi suoi stessi occhi che la Terra sia piatta, si lancia su un razzo autocostruito e muore schiantandosi nel deserto del Mojave nei pressi di Barstow, in California. Questi esempi, assieme ai tanti che si potrebbero menzionare, sono rappresentativi di una categoria di fenomeni spesso discussi nell’ambito della post-verità. Per capire perché possa essere fatto un convegno su una tesi già screditata 2500 anni fa dalla scienza ellenistica e come un uomo possa arrivare a morire, in un modo peraltro così bizzarro, nel tentativo di appurare questa tesi, dobbiamo collocare episodi come questo nel quadro più ampio della post-verità. In questo capitolo tratteremo della definizione canonica della post-verità, comunemente usata nei media e nei giornali, e illustreremo alcune delle varie declinazioni di questo fenomeno. Nel paragrafo seguente discutiamo la definizione fornita dall’Oxford English Dictionary. Sosterremo poi che questa definizione, pur identificando alcuni aspetti importanti del fenomeno post-verità, è restrittiva poiché non ne rende giustizia dell’eterogeneità. Il capitolo si conclude illustrando per sommi capi il nostro approccio pluralista al fenomeno “post-verità”.

1.1. Post-verità: la definizione dell’Oxford English Dictionary

Il lessema “post-verità” (post-truth in inglese) è stato nominato parola dell’anno nel 2016 dall’Oxford English Dictionary (OED). Il prestigioso dizionario inglese definisce la post-verità, più precisamente, l’aggettivo “post-vero”, come segue:

«relating to or denoting circumstances in which objective facts are less influential in shaping public opinion than appeals to emotion and personal belief».

che traduciamo in questo modo:

«relativo a, o che si riferisce a, circostanze nelle quali i fatti oggettivi sono meno influenti nell’orientare l’opinione pubblica di quanto lo siano gli appelli alle emozioni e alle convinzioni personali».

Anche se è molto facile, leggendo questa definizione, attribuire implicitamente una connotazione negativa alla parola, occorre notare che la definizione è, e presumibilmente vuole essere, del tutto neutrale rispetto a questioni di valore. Tutto ciò che si può evincere dalla definizione di OED è che l’attribuzione dell’aggettivo “post-vero” a un’opinione o argomentazione mette in luce il fatto che tale opinione (o argomentazione) è basata in misura maggiore sulle emozioni e convinzioni personali del soggetto piuttosto che su fattori oggettivi. Se si debba, o meno, attribuire una connotazione negativa all’uso del termine “post-verità”, così come definito da OED, dipende dal caso in questione. Se, per esempio, nel valutare la gravità e il grado di diffusione di COVID-19 al fine di prendere misure precauzionali e informare l’opinione pubblica, dessimo maggior peso a ciò che la gente sente e crede piuttosto che a criteri oggettivi, basati su analisi mediche ed epidemiologiche, si potrebbe giudicare tale valutazione come post-vera – perché conferisce maggior credito alle emozioni e opinioni personali del pubblico piuttosto che ai dati oggettivi delle analisi scientifiche. Ovviamente, in questo caso l’idea che ci sia qualcosa di sbagliato nel modo in cui viene effettuata la valutazione della minaccia posta da COVID-19, per la società e la salute dei cittadini, è del tutto plausibile. Tuttavia, vi possono essere altri casi in cui non è scontato il fatto che formarsi un’opinione dando più credito alle proprie emozioni e alle proprie convinzioni sia sbagliato. Si consideri, ad esempio, il caso dei giudizi di gusto: se durante una degustazione un certo vino viene giudicato mediocre sulla base della percezione personale del suo sapore piuttosto che sul resoconto più imparziale del sommelier, non è così chiaro che vi sia qualcosa di sbagliato in tale giudizio (in fondo, come si è soliti dire, de gustibus non disputandum est). Questi due esempi sono stati scelti per mettere in luce il fatto che valutare come post-vera una certa opinione o una certa argomentazione non necessariamente porta con sé una connotazione negativa. Non si deve dunque dare per scontato che tutte le volte che si parla di post-verità si stia implicitamente dando un giudizio negativo – sebbene, il più delle volte, tale giudizio sia del tutto giustificato.

1.2. Uno sguardo d’insieme: una moltitudine di fenomeni eterogenei

Tralasciando per il momento la definizione di “post-verità” data da OED, occorre riflettere sul fatto che nelle pubblicazioni, sempre più numerose, che sono state prodotte in anni recenti, il termine viene associato a una serie di fenomeni tra loro piuttosto differenti. Riteniamo quindi sia estremamente importante fare chiarezza circa i vari usi che ne sono stati fatti, anche perché ciò ci consente di delimitare lo scopo del nostro studio. Riportiamo qui di seguito, a titolo illustrativo, alcuni fenomeni associati alla post-verità che sono stati ampiamente trattati sia in ambito accademico, sia nell’ambito della discussione pubblica.

1.2.1. Post-verità e fake news

Sebbene non sia banale fornire una definizione esaustiva e inoppugnabile del fenomeno delle fake news, per gli scopi di questo libro possiamo servirci della seguente caratterizzazione: una fake news è una notizia capziosa o inaccurata, preparata e diffusa con l’intenzione di ingannare l’audience o comunque di manipolarne l’opinione, spesso per finalità di stampo politico. Il termine viene anche usato nei dibattiti politici televisivi e sui social media, per accusare gli avversari politici di “bufala” mediatica al fine di zittirli o ridicolizzarli nel contesto di una discussione pubblica (per un’analisi del fenomeno del silencing si veda Tanesini 20191Tanesini, A. (2019) Silencing and assertion. In: S. Goldberg, ed., The Oxford Handbook of Assertion, Oxford and New York: Oxford University Press.; per un’analisi della comunicazione politica nei social media si veda Cosenza 20182Cosenza, G. (2018) Semiotica e comunicazione politica, Bari-Roma: Laterza.). Caratterizzata in questo modo, quella delle fake news può essere intesa come una esemplificazione particolare del fenomeno più generale della post-verità. Una parte cospicua della letteratura specialistica contemporanea si è occupata specificamente di questo modo di intendere la post-verità, come intimamente connessa alla produzione e diffusione di fake news (si veda Bernecker et al. in corso di pubblicazione3Bernecker, S. et al. (in corso di pubblicazione) The Epistemology of Fake
News
, Oxford: Oxford University Press.
).

1.2.2. Uso strumentale delle emozioni contro i dati

La discussione odierna sulla post-verità si estende anche all’uso strumentale che, nei dibattiti pubblici, in particolare di natura politica, si fa delle emozioni in opposizione a dati statistici (o dati quantitativi di altra natura). Un esempio spesso citato di questa tipologia di post-verità, e su cui ritorneremo nel capitolo 4 (p. 61), è l’intervista svolta dalla CNN il 22 luglio 2016 al politico americano Newt Gingrich. Nel corso dell’intervista in cui si discuteva se la criminalità negli USA fosse diminuita, Gingrich, pur riconoscendo che le statistiche ufficiali dell’FBI suggerissero un calo del crimine negli USA, ha sostenuto che la percezione di insicurezza da parte dei cittadini, soprattutto nelle grandi città, fornisse una prova che la criminalità fosse invece in aumento – prova che, a detta di Gingrich, è da ritenersi più cogente rispetto alle statistiche ufficiali. Se rileggiamo brevemente la definizione fornita da OED di “post-verità”, il riferimento a questa classe di fenomeni è particolarmente evidente, tanto da far pensare che chi ha inserito il lessema nel dizionario considerasse proprio questa tipologia come paradigmatica della post-verità. Tuttavia, come abbiamo già accennato e come vedremo più nel dettaglio nel corso di questo saggio, confinare la discussione della post-verità a questo uso è piuttosto restrittivo.

1.2.3. Credulità nei social-media

Un altro fenomeno comunemente associato al dibattito sulla post-verità è la cosiddetta credulità nei social media. Ci capita spesso di osservare sulle piattaforme social (come Facebook, Instagram, Twitter, ecc.) ma anche sui blog di quotidiani e riviste di vario genere, come certe opinioni e notizie si propaghino in modo virale arrivando velocemente a far parte della vulgata. Il fenomeno è associato alla facilità con cui certe informazioni vengono recepite, fatte proprie e propagate – attraverso il meccanismo di condivisione e re-tweet – sui social media, senza un controllo stringente sulla loro veridicità e tanto meno sull’affidabilità delle fonti (anche se, com’è noto, alcuni social media stanno implementando misure sempre più strette di controllo). Riteniamo che il fenomeno della credulità nei social media sia una manifestazione molto interessante di certi meccanismi alla base del funzionamento sociale ed epistemologico della post-verità – alcuni dei quali saranno oggetto di approfondimento nei prossimi capitoli. Tuttavia, come nei due casi precedenti, siamo qui di fronte a una delle varie sfaccettature della post-verità che non esauriscono la natura del fenomeno (per un approfondimento sulla rilevanza epistemologica dei social media in relazione alla credulità, si veda Lynch 20164Lynch, M. (2019) Know-It-All Society: Truth and Arrogance in Political Culture, New York: Liveright.).

1.2.4. Teorie del complotto

Un argomento, su cui torneremo ampiamente nei capitoli che seguono e che è spesso discusso in connessione alla post-verità, è quello della teoria del complotto. Fiumi d’inchiostro sono stati versati nel tentativo di chiarire aspetti sociologici, politici, filosofici e storici delle teorie del complotto (a tal proposito si veda Cassam 2019a5Cassam, Q. (2019a) Conspiracy Theories, Cambridge: Polity Press.). Senza entrare nel dettaglio di un dibattito intricato, ciò che ci interessa è piuttosto riflettere sulle conseguenze che la teoria del complotto può avere nel contesto di un’analisi sulla post-verità. Più specificamente, siamo interessati a studiare dal punto di vista epistemologico come l’adozione di una certa teoria del complotto influisca sul modo di fare un’indagine6INDAGINE – Pratica del raccogliere, soppesare e valutare le prove a nostra disposizione in relazione alla domanda, o alle domande, di nostro interesse, al fine di formarci credenze vere e/o rivedere credenze false su di essa (cfr. Capitolo 3. Indagine). (si pensi, ad esempio, come la teoria complottista secondo cui l’attacco alle Torri Gemelle è stato tramato e realizzato dagli USA possa influire su come condurre l’indagine sul collasso delle torri). Una teoria del complotto è volta a spiegare un certo accadimento (spesso di natura politica, ma non solo) postulando la presenza di un complotto sottostante – ritorneremo su questo concetto chiave nel capitolo 5 (p. 74). Generalmente, le teorie del complotto sono di natura speculativa e vengono proposte con l’intenzione di connettere alcuni elementi ritenuti dubbi e problematici che la versione “ufficiale” tende a omettere o a non spiegare, facendo appello ad assunzioni e metodologie d’indagine spesso tutt’altro che convenzionali. Esistono vari tipi di teoria del complotto – da quelle piuttosto complesse e sofisticate come i protocolli dei savi di Sion, a quelle più semplici e quasi ridicole come il cosiddetto “Pizzagate”.

1.2.5. Negazionismo scientifico

Un’ultima tipologia di fenomeni spesso discussi in relazione al dibattito sulla post-verità ha a che fare con casi di negazionismo scientifico. Per negazionismo scientifico intendiamo tutti quei casi in cui la spiegazione ufficiale di determinati fenomeni fornita dalle scienze (sia naturali che umane) viene criticata, spesso con argomentazioni di matrice complottista, e, talvolta, messa in contrapposizione a una spiegazione (o pseudo-spiegazione) alternativa di dubbio valore scientifico, presentata come la “vera” spiegazione scientifica del fenomeno in questione. Come si può evincere da quotidiani e siti d’informazione, sono numerosi gli esempi di negazionismo scientifico. Giusto per citare alcuni casi molto noti, tra i vari movimenti negazionisti si possono annoverare il movimento no-vax, i negazionisti del cambiamento climatico di matrice antropica, i difensori del creazionismo contro la teoria evoluzionistica e i sostenitori del terrapiattismo.

Continua a p. 2 – 1.3. Il nostro approccio alla post-verità